Ancora sugli scritti di Carlo Floris

Gent Sig. Carlo Floris,
La ringrazio per il suo gentile rimando alla mia produzione artistica e al mio sito che verrà in questi giorni aggiornato. Mi fa piacere che Lei sia in realtà in buona misura sulla mia stessa lunghezza d’onda, non se ne dispiaccia troppo, ma francamente certi suoi modi di scrivere lasciavano intendere qualcosa di diverso e non avevo minimamente pensato a Platone perchè le confesso che mi hanno un poco confuso alcune sue immagini pittoriche che sembravano precisare il senso da me (a sentire lei) erroneamente colto. Evidentemente è stato solo un mio problema interpretativo su alcuni specifici punti, alcune sue citazioni andavano evidentemente in altre direzioni.

Prendo atto che il vero da lei citato non è la natura naturata ma la natura naturans, il “mondo causale”; mi corregga se l’interpretazione è solo in direzione del mio pensiero.
Però questa è una sua affermazione:

Tale tecnica, specifica per ogni artista (stile o linguaggio), gli deve consentire di esprimere il senso di meraviglia che lo coglie di fronte agli oggetti della realtà.

In genere se si parla di dimensione sottile- psichica, di ontologia e metafisica, si va su dei livelli extraindividuali che non credo siano definibili come “oggetti della realtà”. (Mi consenta di aggiungere ad es. un’altro stato d’essere, oltre a quello della meraviglia comunque da non sottovalutarsi: che dire ad esempio della melanconia,? E qui mi fermo.) Però a questo punto mi dica lei.

Io non sono un sistematizzatore come Lei, vado un poco qua e un poco là, per cui è probabile che questa risposta generi ulteriori leggere cortine di incomprensioni. Inoltre in quanto pittore non chiedo per me nessuna oggettività , ho anche l’aggravante di essere visionario e di pensare anche in quei termini, calpestando costantemente un cammino che si fa ad ogni passo, rischioso e più che spesso incerto appunto.

“La via che è una via non è La Via” dice Lao tse.

Le sottolineo solo alcuni suoi concetti:

”L’artista che non comunica ma necessita di interpreti è meglio che cambi mestiere perché oltre ad aver fallito nel suo impegno risulta inutile per la comunità.”

Non le sembra che il concetto, sugli interpreti, pur condivisibile se si parla di pittori “privi di idee” sia un poco lapidario? Sull’utile per la comunità è la stessa comunità che se lo sceglie, forse, accettando o rifiutando l’artista indipendentemente spesso dal suo valore e comunque qui si aprirebbero volendo altre riflessioni.

Mi scrive:

Trovo comunque difficile seguire la logica contorta (per me è un complimento) del Suo discorso. Lei infatti procede affrontando la tesi da me sostenuta (la pittura come espressione e comunicazione), di cui “si potrebbero rovesciare concetti” (!?) (in pratica stravolgendone il significato) e quindi criticando severamente quanto da Lei stesso affermato (Consenso del popolo). In parole povere, come si dice da noi, “se la canta e se la suona”.

Qui mi sembra sia lei a cantarsela e suonarsela perchè può capitare anche a lei di non afferrare qualche concetto . Va bé, cantiamocela assieme.

Forse l’equivoco sta che a volte lei parla di comunità e altre volte intende invece un singolo individuo sensibile e preparato fruitore.

Ancora:

Ma chi lo ha mai affermato? Comunicare non significa necessariamente ricerca di consenso (questo lo fa la politica, il commercio, la propaganda, non certo l'arte) ma semmai è necessità interiore di condivisione.

Appunto, il con-senso, che senza scomodare la politica è la condivisione assertiva di un codice di linguaggio che porti, senza intermediari (che lei non vorrebbe) a cogliere l’arte attraverso un codice che descrive in particolare al punto sottoindicato:

La bellezza, tirando le somme di quanto fin qui visto e sentito per diretta testimonianza può essere definito come il linguaggio con cui il reale e la natura comunicano con l’artista.

Cioè dice:

il reale e la natura comunicano con l’artista attraverso la bellezza. perchè essa “è lo splendore del vero”.

Che cosè reale e cosè natura? La natura può essere irreale?

In una apparente diversa ottica simbolica “il vero” La verità, si percepisce attraverso non solo Venere, ma anche Ercole e Minerva. Gli orientali hanno come noto tre vie di approccio alla verità : la via delle opere, la via della devozione e la via della conoscenza, vie in realtà difficilmente a sè stanti ma integrate. Ma qui si scivola anche su altri territori.

Diverso è il discorso di Kandinsky (“Lo spirituale nell'arte”), che pur aderendo ad una visione spiritualista ha perseguito una via solipsistica rischiosa ed unilaterale (?) della rappresentazione, i cui esiti pure importanti e direi fondamentali per la storia dell'arte moderna hanno portato nei loro successivi sviluppi al completo isolamento dell'artista dal fruitore e al dramma dell'incomunicabilità dell'arte contemporanea. (Ma questo è un'altro problema!).

Lei sa benissimo che la via dell’arte è per sua natura rischiosa e, siamo sicuri che si capisca meno l’astratto del figurative? (ma appunto, chi è il fruitore? Un’elitè intellettuale o il popolo, cioè la gente in generale?).

…tratterò alcuni spunti offertimi dalla Sua lettera in successivi interventi sul sito: ad esempio il rapporto tra arte e comunicazione, o il significato ambiguo e dispregiativo (?) che Lei attribuisce al termine “figurativo” in quanto ne equipara il senso a copia passiva degli oggetti naturali (Non vorremmo per caso fare di ogni erba un fascio e condannare quasi tutta l'arte mondiale dalle origini ad oggi?)

Dopo queste sue considerazioni però, Lei dimostra di non avere afferrato l’essenza del mio messaggio e vale anche per lei ciò che vale per me:

ognuno è libero di accettare o meno l'opinione dell'altro, ma per esercitare una critica onesta e costruttiva è necessario capire almeno la posizione dell'interlocutore senza stravolgerla.

Tratti pure se vuole il tema del “figurativo” che io non ho mai disprezzato, (a meno che si prenda la parte di un discorso per il tutto) ma, al di là delle parole non sempre comprese, se vuole, verifichi il disprezzo che ho per le forme naturali nella mia produzione artistica. Nel mio caso più che pensare continuamente che cosa è l’arte preferisco esercitarla. Mi scuso se l’ho fatta troppo lunga per lei e per chi le sta intorno (visto che li cita). Sappia comunque che rispetto tutte le sue opinioni, anche e a maggior ragione quelle che non collimano con le mie, personalissime.

Scrive infine:

Qui ad ERBA SACRA ci aspettiamo, soprattutto da artisti come Lei, contributi costruttivi ed interventi propositivi. A tale fine è nato questo settore (Arti figurative) del sito.

Lei sa che i miei scritti su questo sito precedono di molto (temporalmente) i suoi. Inutile quindi la sua raccomandazione sul fare costruttivo e propositivo, le confesso che sono concetti che non mi animano se non come occasionale risultato finale del mio fare in questo campo specifico. Ritengo di muovermi in un terreno molto paludoso (nonostante lo splendore del vero… la bellezza…con i suoi codici spesso instabili).

Sig. Floris, aldilà di queste parole alate, la ringrazio per l’occasione di scambio franco e leale.

Con stima, Giuseppe Billoni (Luglio 2007)

 

 

Risposta al Sig. Billoni

Egregio Sig. Billoni,
non sono affatto dispiaciuto o contrariato dalle sue parole, anzi, non solo la ringrazio per aver voluto continuare questo dialogo, ma le confermo il mio apprezzamento per la sua opera e per il suo impegno.
La mia frequentazione dell'arte e di pittori in carne e ossa mi ha permesso di approfondire, comprendere ed accettare, anche se non sempre condividere, le loro varie posizioni intellettuali. E ciò perché quello che conta in arte non è tanto, a mio giudizio, la teoria sottesa nel dipinto (quando pur ci sia una teoria), ma il risultato.
Le migliori intenzioni, la migliore tecnica, la miglior filosofia, il miglior soggetto, i migliori colori e la miglior tela di per sé in arte non sono nulla se il prodotto finale è artisticamente insignificante. Cosa ne sappiamo infatti della teoria sottesa nell'arte Egizia, Assira o Azteca? Siamo sicuri, ad esempio di saper veramente leggere la simbologia o i significati allegorici espressi nelle opere del nostro Rinascimento? (Vedere in merito le magistrali lezioni di Federico Zeri pubblicate nel libro “Dietro l'immagine” sull'interpretazione delle opere d'arte o le bellissime letture di famosi dipinti in un suo altro scritto “Un velo di silenzio”).
Eppure, nonostante ciò, riconosciamo a tali opere valore artistico e riusciamo comunque ad apprezzarle (beninteso con gli insuperabili limiti imposti della distanza culturale). Esse ci coinvolgono ancora e destano in noi la stessa ammirazione di opere a noi molto più vicine. Nella nostra coscienza il tempo cristallizzato nell'opera d'arte riprende incredibilmente a scorrere e l'opera torna viva e presente.

Ma veniamo ai temi sollevati dalla sua lettera:

Le propongo innanzi tutto di abbandonare la piccola ed inutile schermaglia sul figurativo, che è nata solo in risposta ad alcune sue parole e non intendeva riferirsi affatto alla sua opera che, sebbene per via indiretta, conosco ed apprezzo. Oltre tutto le faccio notare che anche in questo caso ... ci troviamo nuovamente d'accordo.
Vede, un mio lettore, persona particolarmente sensibile ed intelligente ha percepito un attimo prima di me quanto la differenza tra le nostre posizioni fosse da imputarsi più al fraintendimento delle parole che ai contenuti. E devo confermare, leggendo la sua ultima lettera la verità di tale intuizione.

Ben più importante mi pare invece un altro punto del suo scritto, perché finalmente tocca una questione che, sebbene ai limiti estremi dell'arte, è effettivamente sostanziale.

Lei mi dice : “(Mi consenta di aggiungere ad es. un’altro stato d’essere, oltre a quello della meraviglia comunque da non sottovalutarsi: che dire ad esempio della melanconia,? E qui mi fermo.) Però a questo punto mi dica lei

A questo punto potrei anche aggiungere altre decine di posizioni espresse da filosofi, critici, storici dell'arte ecc. in merito all'origine della creatività nell'arte.
Ernst Gombrich, tanto per citarne uno tra i maggiori del nostro secolo, sosteneva in alcuni importanti testi di diversi anni fa (“Arte e Illusione”, “A cavallo di un manico di scopa”, ecc.), di supporre che le radici dell'arte si trovino nella capacità naturale dell’uomo di proiettare nella realtà esterna le immagini della mente. E così, ad esempio, in un sasso possiamo intravvedere un volto, in un tronco secco e contorto un serpente minaccioso, ecc. ecc. La cosa non è certo così banale come può a prima vista sembrare, così come non ritengo affatto di secondaria importanza la melanconia da lei citata.
Quest'ultimo stato dell'essere come caratteristica tipica degli artisti e degli intellettuali in genere, è ricorrente nella mitologia (sopratutto greca) e nella filosofia, in particolar modo in quella del Rinascimento (Ficino) oltre che nella psicologia e in altri settori come l'astrologia, l'alchimia ecc. E' stata inoltre già abbondantemente analizzata da testi famosi (ad es. R. Klibansky – E. Panofsky – F. Sakx “Saturno e la melanconia» e nel noto “Nati sotto Saturno” di Rudolf e Margot Wittkower).
Ma vede, nei mie scritti non intendevo analizzare le componenti della creazione artistica o i fattori individuali, culturali, emotivi o psicologici che entrano in gioco in tale atto. Essi chiaramente sono tanti e diversi quanti sono gli artisti. E ciò per il semplice motivo che nell'arte si esplica al massimo livello la soggettività umana. L'opera d'arte in un certo senso è la verità vista, abbracciata ed espressa dall'individuo nella sua più libera soggettività, dal suo unico ed esclusivo punto di osservazione. La comunicazione artistica infatti avviene (parlo specificamente della pittura) in maniera non discorsiva, non per deduzione, non per dimostrazione, non in maniera dialettica, ma per empatia, consonanza, partecipazione e affinità di sentimenti e di sensibilità.
Mi scuso per questi termini e sono certo in questo della sua comprensione, ma le parole hanno sempre un margine di imprecisione e si avvicinano al reale direi per via indicativa o meglio evocativa. (La parola libertà, termine di uso comune e aparentemente univoco e chiaro, ad esempio, acquista significati ben diversi e direi addirittura opposti se pronunciata da un nobile londinese, dal capo di un regime dittatoriale o dai terroristi islamici!).
Il vero problema però è un'altro.
Infatti la meraviglia non è uno stato dell'essere come gli altri: da un punto di vista ontologico esso è semplicemente primario. In altri termini esso è lo stato che precede ogni atto di conoscenza e di apprezzamento cosciente. E', direi, la prima scintilla dell'intelligenza, il primo respiro dell'anima.
Il grande merito di questa definizione, che non è certo farina del mio sacco, seppure da me accettata e profondamente condivisa, è quello di evidenziare quanto la creatività artistica, il sapere in genere, filosofico o scentifico e la spiritualità abbiano una comune origine e si dissetino alla medesima sorgente.
Il bambino guarda intorno a sè una realtà che non conosce, di cui non ha esperienza e della quale non può neppure dubitare. Lo stupore che le cose, il mondo che lo circonda, e poi che anche il suo proprio corpo, le sue reazioni, i suoi sogni, le sue emozioni esistano e gli si presentino inaspettati alla coscienza sono il primo atto dell'essere intelligente. Scriveva a questo proposito il mio amato A. J. Heschel: «Siamo stupiti del fatto stesso di vedere qualcosa; stupiti non soltanto di fronte a valori e cose particolari, ma per il carattere inatteso dell’essere come tale, per il fatto che un qualche essere esista»
Il dubbio è successivo nella scala della conoscenza. Il dubbio è infatti l'incertezza tra due possibili verità.
I filosofi antichi hanno costantemente fatto riferimento allo stupore e alla meraviglia (theoreinthaumazein) come origine della filosofia e quindi del sapere.

Platone ad esempio:
[Teeteto] - In verità, o Socrate, io sono straordinariamente meravigliato di quel che siano queste «apparenze»; e talora se mi ci fisso a guardarle, realmente, ho le vertigini.
[Socrate] - Amico mio, non mi pare che Teodoro abbia giudicato male della tua natura. Ed è proprio del filosofo questo che tu provi, di essere pieno di meraviglia: né altro cominciamento ha il filosofare che questo: e chi disse che Iride fu generata da Taumante, non sbagliò, mi sembra, nella genealogia

(PLATONE, Teeteto 155d).

e Aristotele:
..gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porre problemi sempre maggiori, come i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri e i problemi riguardanti l'origine dell'intero universo
(Aristotele, Metafisica, I,2,982b)

Ma tutta la storia del sapere è percorsa da questa consapevolezza:
88 [67]“Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell'eternità che la precede e la segue, il piccolo spazio che riempio e che vedo, inabissato nell'infinita immensità degli spazi che ignoro e che mi ignorano, io mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perchè non vi è motivo perchè qui piuttosto che là, perchè ora piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi mi è stato destinato questo luogo e questo tempo? ...
(Pascal, Pensieri, (205))

E qui, per il momento, credo di dovermi necessariamente fermare. Non vorrei annoiare lei e i nostri pochi (coraggiosi) lettori.
Credo che il senso di queste mie affermazioni sia ora un po' più chiaro, e, ripeto quanto a suo tempo affermato, siamo al limite estremo del fenomeno artistico ed è forse tempo che si torni con i piedi per terra ad analizzarne le funzioni, le valenze e le modalità.
Mi propongo comunque di ritornare in prossimi interventi sviluppati per “ERBA SACRA” sugli altri punti da lei sollevati.

Per il momento, la saluto cordialmente.
Carlo Floris

PS. Non mi è stato purtroppo possibile, per impegni di lavoro imprevisti, venire alla sua ultima mostra di fine Giugno a Monte San Savino. Spero che ne abbia tratto la giusta soddisfazione.
Attendo di vedere sul suo sito qualche immagine della sua più recente produzione.