In questa pagina si pubblicano testi e opere di artisti che vogliono contribuire alla nostra riflessione sulla funzione dell’arte (in questo ambito principalmente della pittura) come espressione dello spazio interiore dell’uomo, manifestazione del suo potenziale creativo, veicolo di conoscenza e elevazione spirituale.

 
Cieli stratificati:
codici di linguaggio simbolico nella ricerca formale
di Giuseppe Billoni
 

1. Cieli stratificati: dalla spaccatura all’erosione

Prima di procedere sulla raffigurazione simbolica dei cieli stratificati va premesso che il trinomio Corpo-Anima-Spirito (sale-mercurio-zolfo) a loro già attribuito, viene ora affrontato con altri termini: i primi due (corpo-anima) sono unificati in quello di Mondo manifestato (comprendendovi il mondo grossolano e il sottile-psichico) e trattasi del primo strato di cielo - il secondo strato, quello di mezzo, corrisponde all’Essere, l’Uno da cui deriva tutta la produzione dei numeri e/o del mondo - infine il terzo e ultimo strato mai visibile corrisponde al Non Essere, cioè ciò che è oltre i due strati precedenti. Avviene quindi uno spostamento simbolico più causale o metafisico. Tutto questo non infirma però una lettura utilizzando anche i vecchi termini.
Da questa prospettiva succede che nel cielo incomincino ad aprirsi solchi che possono sprofondare indefinitamente come in un abisso senza che però sia possibile in questo modo raggiungere lo strato centrale.
I solchi si formano e penetrano all’interno dei cieli non alterandone la superficie ma solo interrompendola; le nuvole continuano infatti a scorrere, incuranti di ciò che avviene nelle profondità, il loro passaggio sulla superficie pur interrompendosi al margine dei solchi tuttavia non si arresta ma prosegue come se l’erosione fosse di “una realtà diversa”, rispetto al cielo che resta virtualmente inalterato.
L’erosione si sviluppa in forma più o meno densa, suscettibile di maggiore o minore cristallizzazione, mentre l’esterno, cioè la superficie, mantiene inalterato il suo aspetto aereo.
Quindi il cielo, quando penetrato o solcato, perde al suo interno l’aspetto aereo per assumerne uno “materico”- è come se penetrando il sottile riemergesse il denso.
Ma lo scandaglio di questa interna e indefinita dimensione densa non possono portare all’approdo dello strato centrale, informale.
Simbolicamente, questo cielo in quanto “stato di veglia” corrisponde al “corpo del mondo”, cioè a tutto ciò che va misurato e a quello spesso strato di pensiero espresso di cui è nutrito il mondo medesimo. L’aratro dell’introspezione apre solchi dissolvendo la superficie “celeste” che si frastaglia cedendo, sprofondando e generando al suo interno più o meno densa materia, terra e roccia instabile che come lava può liquefarsi e riaddensarsi ancora. Il solco e quindi l’erosione può formarsi anche a causa della caduta di un “meteorite”.
E il meteorite segnala il precipitare del destino sul nostro cielo, la sua caduta segna quindi l’aprirsi del solco secondo i modi del divenire già precedentemente indicati; il meteorite è forma e sostanza in movimento e la sua origine è come una risposta provvidenziale alla volontà indagatrice che scava cercando in questo sottosuolo un punto d’approdo, ma più sembra approssimarsi e più altra roccia emerge sprofondando.
Se pur concettualmente reso denso, lo strato sottostante è equiparabile alla dimensione sottile; allo stato di sogno e non solo; è il luogo in cui avvengono salite luminose e discese oscure; ciò che la superficie celeste mostra è il prodotto di ciò che avviene in questa dimensione sottile.
Come più sopra si diceva, il ricercatore non può con le sue sole forze arrivare allo strato centrale ma nella migliore delle ipotesi può, riducendo sempre più impercettibilmente la distanza, approssimarsi allo stesso.
E’ solo provvidenzialmente spaccandosi la superficie celeste che emerge il buio prima opaco e poi luminoso dello strato centrale e se a volte un altro cielo si mostra, non è più del cielo esteriore che qui si tratta, e se forme apparenti si mostrano, non sono forme esteriori ma “causali”.
Lo strato centrale corrispondendo ad uno stato informale è per sua definizione non soggetto alle condizioni formali espresse in precedenza per lo strato soprastante; inoltre non appartiene al dominio del pensiero discorsivo ma al suo superamento nel dominio intellettuale-intuitivo. Il colore nero è quello che meglio esprime non la privazione ma la pienezza delle possibilità archetipali; è il regno del Sé nella sua indivisibile Unità.
L’insufficienza dello strumento figurativo costringe a creare forme in questo strato contraddicendo a ciò che è stato precedentemente espresso, tuttavia ciò è possibile se si ha consapevolezza che trattasi di rappresentazioni esclusivamente simboliche.

Meteorite su cielo abraso (2003)

(Tecnica mista su carta)
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Erosione (2003)

(Olio su tela)
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2. Cieli stratificati: le città di confine

In alcuni dipinti, si è visto che l’immagine del cielo scompare se soverchiata dal “regno della dimensione sottile” e lo sguardo è sommerso da un mare di forme in continuo evolversi o involversi. Questo è il regno del cambiamento, del divenire di antiche e nuove incrostazioni incessantemente sciolte o mutate nel fluire di una sterminata libertà vigilata (rif. con l’opera “E vidi nuovi cieli”, già pubblicata).
Ma quando, da un punto di vista diverso, l’immagine del cielo torna a ricostituirsi come una pelle sul mondo sottile, allora è possibile accedere ad altri diversi modi interpretativi.
Sul cielo del primo strato, si è già visto che possono svilupparsi diverse tipologie di forme (nuvole, rocce ecc.) più o meno complesse e armoniche.
Lavorando nel contesto figurativo-simbolico appena accennato e solo successivamente, vi ho dipinto una città, secondo modalità formali che rimandano a miei ormai vecchi modi di “cristallizzazione” delle forme in quello che definirei simbolicamente uno schema geometrico-ordinatore archetipale.
Queste città (ognuno potrà vedervi eventuali trasposizioni macro o microcosmiche), consumano e digeriscono come in un pasto sacro, la materia sottile, mercuriale e instabile del primo strato, cristallizzandola appunto e moltiplicando se stesse.
La città avanza fino al limite, al confine con lo strato informale e qui di colpo s’arresta sull’abisso come muta e stupita: le direzioni dello spazio e il tempo sono riassorbiti in un punto dilatatosi oltre ogni confine e misura e l’effetto arretra verso la sua prima causa, unica isola nel mare sconfinato del Non-essere.
Ora, si potrebbe sviluppare oltremodo la simbologia di queste immagini imperfette, ma non è del disegnatore il troppo attardarsi o perdersi sulla parola scritta.

Città al confine (2003)
(Tecnica mista su carta)
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