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Testimonianza di Elisabetta Malta

Ho incontrato la ceramica per la prima volta alle scuole medie. Frequentavo il tempo pieno ed erano previste alcune ore di libera attività. L'insegnante ci spiegò la tecnica di quelli che allora chiamavo salsicciotti di creta e mi entusiasmai.
Ogni tanto compravo un pacco di creta ma di fronte a quell'ammasso informe mi paralizzavo e dopo qualche misero tentativo buttavo tutto. L'unica cosa che mi rimane è una piccola testa, detta "Capoccetta" e mai cotta, che feci qualche tempo prima di approdare finalmente al mio primo corso di ceramica.
Devo ringraziare di questo un'amica che mi chiese di iscrivermi al corso con lei.
Sono trascorsi otto anni. E' l'unica cosa della mia vita che ho continuato con costanza. Spesso mi chiedono perché io continui a frequentare le lezioni. Non si finisce mai di imparare ed io sono affamata. A volte vado in laboratorio al di fuori dell'orario delle mie lezioni, mi siedo su uno sgabello e guardo. Guardo la mia insegnante lavorare, guardo gli altri corsisti, anche per ore.
Perché la ceramica?
Pensavo di essere dotata di scarsa manualità ma fin dal primo oggetto ho provato la grande soddisfazione di vedere davanti ai miei occhi il risultato dei miei sforzi e di poter dire questo l'ho fatto io; era un semplice barattolo. Col tempo ho scoperto poi che, con un po' di tecnica, ciò che immagino può prendere forma nelle mie mani.
I primi anni avevo grandi difficoltà a separarmi dai miei oggetti: sono le mie creature. Poi ho imparato a darli via (anche perché non sapevo più dove metterli), ma sempre con la certezza che verranno trattati bene e mai senza averli fotografati prima.
Sono orgogliosa tanto del mio barattolo quanto della mia ultima creazione.
Tutto questo mi ha dato grande fiducia nelle mie capacità, spingendomi a provare anche altre forme di lavoro manuale per i quali non mi sentivo tagliata, come ad esempio usare un trapano e mettere uno stop.
Ma le scoperte non si fermano su noi stessi, coinvolgono anche gli altri. Si capisce molto delle persone dal loro modo di lavorare la creta e di decorare, dalla forza impiegata o dalla decorazione scelta. La mia irruenza, ad esempio, mi impedisce di centrare la creta sul tornio elettrico. Eppure ho provato e riprovato e riproverò al momento giusto. Mi piace accogliere queste sfide e sperimentarmi in oggetti che ritengo lontani dalla mia personalità. Ricordo cosa provai quando mi cimentai in un disegno molto particolareggiato; dovevo graffire con un ago il colore nero per far emergere il bianco del piatto. Credevo di impazzire. Era un lavoro talmente minuzioso che mi faceva salire il sangue al cervello. Ogni tanto ero costretta a fermarmi e fumarmi una sigaretta per ristabilire il mio equilibrio.
Adesso è semplicemente uno dei miei capolavori.



Elisabetta Malta: "L'angelo del focolare"

Opera realizzata con tecnica dei colombini
(cliccare sull'immagine per ingrandirla)



Elisabetta Malta: "L'equilibrio"
(cliccare sull'immagine per ingrandirla
)




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