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A cura di Tullio
Visioli
IL SILENZIO E IL "FOL BERGER"
L'inesprimibile nella letteratura e nella musica
medioevale
Par un matinet l'autrier
Oi chantar un fol berger
Oh!
Oh!
.
Il tenait sa dous amie
Entre les braze jolie
Et bayzan il chantat plus
Questa canzone di anonimo del sec. XIII non appena
cita il canto del "fol berger", non ricorre più alla
parola, ma sostituisce la parola con un vocalizzo
quasi a rappresentare
l'inesprimibile della condizione del "folle", una condizione
dove la parola non è sufficiente a esprimere quel determinato e
particolare modo di essere. Più avanti vediamo che il folle abbraccia
la sua amata e nel momento del bacio, del gesto che più di ogni
altro raffigura il contatto con la donna amata, non canta più,
non c'è più la parola (potrebbe sembrare ovvio, ma così
non è), nemmeno sotto forma di vocalizzo
nel momento dell'unione,
la follia e il canto stesso che ne è espressione, si acquietano
e si manifestano come silenzio, come assenza di una qualsiasi forma di
linguaggio.
Questi pochi versi sono una piccola sintesi introduttiva dell'argomento
che tratteremo nel corso di questo articolo: la "follia" mistica,
la condizione di chi sperimenta uno stato nel quale è evidente
un "contatto" con le realtà di ordine sovrasensibile
e il conseguente rapporto con l'espressione di questa particolare condizione.
Verso che cosa ci sospinge questo tipo di condizione? E' possibile comunicarla
all'esterno? E una volta che si comunica all'esterno, in che modo viene
manifestato, in che modo viene descritto ciò che per sua natura
è definito come l'inesprimibile? Il nostro "fol berger"
non riesce a "dire" se non un vocalizzo, una melodia senza testo,
e questo per esprimere una condizione di innamorato che si presta perfettamente
a diventare una metafora del rapporto col divino, di un rapporto tra l'innamorato
e l'amato, tra l'anima innamorata del divino e l'oggetto di questo amore,
cioè il divino stesso. La parola che racchiude in sé questa
particolare possibilità di rapporto col "divino" e percorre
tutta la letteratura mistica medioevale è "jubilus"
,
una forma tra l'altro di canto dove ad un parola immediatamente significante
si sostituisce un vocalizzo, proprio come nel caso del "fol berger",
un vocalizzo che non è privo di significato, ma che appunto rimanda
ad altro, all'espressione di un "inesprimibile" di cui però
l'anima è in grado, grazie alla sua origine celeste, di comprendere
e afferrare il senso.
Sant'Agostino (354 -430), nelle Enarrationes in Psalmos, abbozza
l' "estetica" e la mistica dello jubilus, una delle prime
forme del canto cristiano:
"Cantare con arte a Dio consiste
proprio in questo: cantare nel giubilo. Che cosa significa cantare nel
giubilo? Comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta
col cuore
Il giubilo è quella melodia, con la quale il cuore
effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è
più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l'ineffabile
Dio? Infatti è ineffabile colui che tu non puoi esprimere. E se
non lo puoi esprimere, e d'altra parte non puoi tacerlo(1),
che cosa ti rimane se non "giubilare"? Allora il cuore si aprirà
alla gioia, senza servirsi di parole, e la grandezza straordinaria della
gioia non conoscerà i limiti delle sillabe
". Più
tardi (siamo nel sec XIII), San Bonaventura riassumerà dieci secoli
di riflessioni, esperienze e considerazioni intorno al concetto dello
jubilus riportando in particolar modo le parole di Gregorio Magno:
"El jubilo del cuore si chiama un certo gaudio, che non si può
esprimere con parole, el quale è nella mente e non si può
ascondere né con parlare manifestare, ma ben si vede per certi
movimenti benché non si manifestini propriamente. Onde dice David
nel Salmo: "Beato è quel populo, el quale sente la jubilatione"
(Sal, 88, 16) non dice che parla la jubilatione, ma che sente,
perché questo jubilo del cuore, colui che l'ha, lo sente e cognoscelo
ben lui nello intelletto, ma non lo può dare intendere alli altri
con parole"(2).
Sinesio (c.ca 375 - c.ca 414) così descrive nei suoi Inni
il manifestarsi di questa condizione dell'anima:
"Ascolta
il canto della cicala/ che beve la rugiada del mattino/ vedi, mi rintoccano
le corde/ da sole, e vola una voce/ intorno a me, da ogni parte./ Che
cosa è per generare/ in quest'ora la musica divina?"
[
I, 45-51].
Diadoco di Foticea (451-480 c.ca) sottolinea questa condizione di "acusticità"
dell'anima (
vedi, mi rintoccano le corde), di un'anima che è
essa stessa archetipo di ogni strumento musicale, di un'anima che separata
dal corpo
"inneggia a Dio per mezzo del linguaggio interiore,
poiché solo dal corpo essa trae il parlare "
similmente
a quello che accade agli angeli che
"essendo di una natura
semplice e sonora
hanno una straordinaria mobilità congenere
al suono, la loro natura aerea innamorata di canti li spinge sempre ad
un suono incessante e penetrante "
E questa condizione di "acusticità"
dell'anima, di conduttore del suono, per l'uomo medievale non riguarda
solo l'uomo in sé, ma si estende a tutto il cosmo e a tutta la
creazione: "Egli ha ordinato l'universo stesso, e la disarmonia degli
elementi ha posto in sinfonia, facendosi del mondo intero un'armonia(3)
E
questo canto puro, che regge l'universo e accorda gli esseri, dopo essere
stato distribuito dal centro alla periferia e dalla periferia al centro,
ha regolato l'insieme
secondo la paterna volontà di Dio che
Davide cercò con ardore
(4) E
l'insegnamento divino, il "logos" celeste è proprio questo
canto puro che si rinnova incessantemente e lo si può cogliere
attraverso l'orecchio, attraverso una particolare disposizione all'ascolto.
Perché, proprio come afferma Boezio maestro e punto di riferimento
per tutti quanti i filosofi e i teorici che si sono occupati della scienza
musicale e per gli stessi "musicisti": "Agli insegnamenti
non c'è altra via più aperta allo spirito che quella attraverso
gli orecchi: poiché dunque attraverso questi i ritmi e i modi giungono
fino al cuore, non si può dubitare che essi guidino e formino l'intelletto
nella stessa giusta misura come essi sono"(5)
E riferendosi alla creazione, al cosmo enumera tre tipi di musica:
quella mondana (la musica del macrocosmo), quella umana (la musica del
microcosmo) e
"quella che è costituita da alcuni strumenti,
come la cetra le tibie e gli altri, che servono alla melodia"
Mentre
è chiaro il riferimento per la musica mondana al moto degli astri,
ai fenomeni celesti e alla varietà delle stagioni e alla necessità
di un'armonia musicale, di un suono che faccia in qualche modo da rispecchiamento
acustico a tale ordine del creato, di un suono che "sebbene
non
giunga al nostro orecchio"
è comunque una "necessità
logica" della creazione, per la musica umana Boezio afferma che
"ciascuno
che discenda in se stesso la intende"
Evidentemente, se si intende
l'uomo come un microcosmo nel quale sono racchiuse tutte le saggezze della
creazione, come un connubio armonioso di anima e corpo, basta "discendere
in se stessi" per intendere questa musica.(6) E Santa Caterina da Siena
ci parla di questa musica, una musica "etica" che si può
avvertire quando le nostre facoltà interiori (la volontà,
l'intelletto, la memoria) vengono indirizzate nella giusta direzione così
che "
L'affetto dell'anima fa allora uno giubilo e uno suono,
temperate e acordate le corde con prudenzia e lume; acordate tutte ad
uno suono, cioè a lode e gloria del nome mio. In questo medesimo
suono, che sonno acordate le corde grandi delle potenzie dell'anima, sonno
acordate le piccole de' sentimenti e strumenti del corpo
Ogni membro
lavora el lavorio che gli è dato a lavorare, ogniuno perfettamente
nel grado suo: l'occhio nel suo vedere, l'orecchio nel suo udire, l'odorato
nel suo odorare, il gusto nel suo gustare, la mano nel toccare e adoperare,
e' piei nell'andare. Tutti s'accordano in uno medesimo suono: a servire
il prossimo per gloria e loda del nome mio
"(7)
Anche nella pratica quotidiana è documentata per l'uomo medioevale
"una
predilezione e un interesse diffusi per ogni cosa che produce suono"(8)
"Qualsiasi cosa che somigliasse alla musica li estasiava: il
canto uniforme e piacevole dell'acqua piaceva a Philippe di Mézières
come a Pierre d'Ailly, ed essi sapevano che Iafet aveva scoperto il primo
strumento del mondo "par le son de l'aigue courant et par le vent
des arbres". Alcuni cercavano di mettere a confronto la musica degli
uccelli e quella degli uomini. In Gilles de Chin, Gerars si ferma, incantato
dal cinguettio degli uccelli, e chiama due suonatori di viella perché
eseguano, in risposta, un canto d'amore; Gilles de Chin, che sopraggiunge,
teme di disturbarli, e rimane nascosto, attendendo la fine del dialogo
Secondo
Chaucer, il gallo canta come il più festoso degli organi. Poteva
essere certo di essere applaudito il giullare che sapesse imitare le voci
della primavera e della foresta.(9)
Ma torniamo ancora un momento al nostro "fol berger" il quale
"bayzan il chantat plus" e al passo di Gregorio Magno in cui
accenna alla possibilità di una condizione dello jubilus che non
si può manifestare attraverso il suono, ma che
"ben
si vede per certi movimenti benché non si manifestino propriamente"
E'
evidente il richiamo di ciò che per natura è antitetico
al manifestarsi e al prodursi del suono, cioè il silenzio
Un
silenzio che non sempre è contrapposizione, ma è anche attenzione
per un evento sonoro che deve accadere, è anche lo "sfondo"
necessario sul quale e attraverso il quale i suoni possano prendere vita
e manifestarsi, è il silenzio di quanti si preparano ad ascoltare
qualcuno che sta per cantare o suonare uno strumento.(10) Ma è anche
il silenzio che esprime la condizione stessa dell'inesprimibile e come
silenzio "significante" è rivelato da particolari movimenti
che si accompagnano ad esso
E a questo proposito non possiamo fare
a meno di riferirci a quanto riportano Fra Teodorico d'Apolda o Bartolomeo
da Modena circa l'insegnamento di San Domenico, riguardo un modo di pregare
dove
"l'anima fa uso delle membra del corpo per elevarsi più
devotamente in Dio. In tal modo l'anima che dà il moto al corpo,
è a sua volta dal corpo mossa, e talvolta è tratta in estasi
come Paolo, talvolta in rapimento di spirito come David profeta"(11)
E elencando così nove modi, nove atteggiamenti di orazione
così è descritto il rapporto che unisce il gesto e il silenzio
all'inesprimibile
"Altre volte, poi, parlava in cuor suo e la sua voce non si udiva
affatto: allora rimaneva genuflesso, in quiete, allo stato di stupore.
Restava così talvolta per molto tempo. Quando era in tale stato,
sembrava che il suo intelletto penetrasse il cielo, e lo si vedeva trasfigurato
di gaudio, tergersi le lacrime che scorrevano nel suo volto. E si accendeva
di grande desiderio, come assetato che giungesse a una fonte, come pellegrini
cui ormai fosse vicina la patria. E sorgeva pieno di vigore, e si muoveva
con armonia e agilità, ora alzandosi, ora genuflettendosi
E
con questo esempio, più col fare che col dire, insegnava ai frati"(12)
1) Il "giubilo che non si può
celare né manifestare con discorsi", secondo le parole di
Ugo da san Vittore
[1096 -1141]. In particolare lo jubilus è
un vocalizzo melodico, senza testo, espressione di pura contemplazione
sull'ultima vocale di alleluia.
2) Gregorio Magno, (c.ca 540-604), Moralia,
XXIV; 6, 10.
3) E secondo San Gregorio di Nissa è appunto Dio che genera la
musica dell'universo e Massimo Confessore definisce l'universo come musica
eseguita da Dio. In E. Winternitz, op.cit.
4) Clemente D'Alessandria, (193-211 d. C.), dal "Protrettico";
5,1.
5) Severino Boezio, (c.ca 475-525), dal "De Institutione Musica".
6)
" Come questo mondo si divide in sette toni e la nostra
musica in sette voci, così la compagine del nostro corpo si congiunge
in sette modi, poiché il corpo unisce quattro elementi e l'anima
tre forze, che si concilia o naturalmente o con l'arte musicale. Perciò
l'uomo è detto microcosmo, cioè mondo minore, essendo conosciuto
come pari alla celeste musica per consono numero. Onorio di Autun (sec.
XII), da "L'immagine del mondo".
7) Santa Caterina da Siena, (1347-1380),dal "Trattato della Providenzia".
8) André Pirro, "Idee sulla musica nella società medioevale",
ed. Il Mulino, Bologna, 1986.
9) A.Pirro, ibidem.
10) Si vedano gli esempi riportati dalla letteratura medioevale, ad es.
Perceforest o Decameron
11) Anonimo sec. XIII, nella biografia di San domenico di Fra Teodorico
d'Apolda.
12) Fra Teodorico, ibidem.
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