|
SUI TESTI DEI MARLENE KUNTZ
di Monia
B. Balsamello
I viaggi interpretativi che seguono abbracciano la stessa logica
di quelli affrontati nella sezione "Incontri letterari".
Ho scelto alcuni testi di un gruppo musicale italiano che seguo
da moltissimo tempo ed apprezzo nel profondo, che mi hanno gentilmente
autorizzato a commentare i loro testi: i Marlene Kuntz. Se vorrete,
a vostra volta, potrete inviarci esperimenti similari che magari
avete affrontato su testi musicali degli artisti che più
amate.
Buon viaggio.
|
M
A
R
L
E
N
E
K
U
N
T
Z
|
SENZA PESO
2003 Virgin
CHE COSA VEDI
2000 (Cd / Mc /doppio Lp - Sonica Factory)
H.U.P. LIVE IN CHATARSIS
1999 (Cd / Mc / Lp - Sonica Factory)
HO UCCISO PARANOIA + SPORE
1999 (Cd / Mc / Lp - C.P.I.)
HO UCCISO PARANOIA
1999 (Cd / Mc / Lp - C.P.I.)
COME DI SDEGNO
1998 (Mini Cd - C.P.I.)
IL VILE
1996 (Cd / Mc / Lp - C.P.I.)
CATARTICA
1994 (Cd / Mc - C.P.I.) - 1999 (Lp - C.P.I.) |
|
|
Ape Regina - (tratto dall’album “Il Vile”-1996) Testo di Cristiano Godano
Oltre al tema musicale, ecco le parole. Come un corpo umano bellissimo
d'aspetto in cui ricerco e scopro un'anima, l'intelligenza. Ed anche
bontà o malignità. Amo il lavoro autonomo compiuto
da un lettore di fronte ai testi. In modo spesso ermeneutico ricerco
significati ed alle parole chiedo.
Inevitabilmente, mi ritrovo ancora qui a riflettere su un testo
dei Marlene, sullo stile che non è semplice decorazione,
non è secondario rispetto ai sentimenti ispiratori. Vado
dunque tra le parole di Ape Regina.
Esse creano una realtà partecipata e partecipabile.
Sono lontano...
lontano monti e mari, lontano da te.
Io, la fossa e le ossa: un mucchio penoso sui vecchi guai
seduto qua per chi mi vuole qua:
su cento guai.
Offendo la carta con sgorbi ritorti
E' un cuore!
Arrenditi, ...o ribellati
Non parlo più, non rispondo più
non l'ho fatto mai e mai lo farò.
Se c'è mistero accetta e rispetta
la non-novità
sono anni ormai, e tu lo sai
Posso fare fuori parti di voi con facilità
la mostruosità di ciò ravviva la parte cattiva
che non ho avuto mai
Eri malata? Oh, Ape Regina Divina e Dorata
Perdono, Io, ti chiederei... ma non ci sei più!
E in queste stanze si urla e un tonfo scuce la
pelle
glaciale un brivido sale dal basso scompaio
Non ci son più. Non ci sei più. Non ci son più.
Non ci sei più. Non ci sei più.
Posso fare fuori parti di voi con facilità
la mostruosità di ciò ravviva la parte cattiva
che non ho avuto mai
Nasconderò con miele colante il vuoto
che avanza
io, ora, nasconderò
dove vivevi tu.
Dove vivevi solo tu.
Un testo esiste quando esso è una conoscenza artistica, tipica
e nuova, non perché tratti di cose mai viste, provate o sentite,
ma per la sua capacità di catturare e mischiarsi in qualche
modo alle esperienze di chi lo leggerà, siano esse reali
o immaginarie.
In questo testo, un'assenza che non è solo il semplice terminare
di un affetto o di un rapporto.
Di più.
Terribile evenienza, termine vero senza appello che non lascia alcuna
possibilità che non sia quella di soffrire e rassegnarsi.
La tragicità e l'enfasi di certi accadimenti trovano spesso
spazio nei testi dei Marlene. Questo mi affascina e colpisce, soprattutto
per la presa che ottiene sui destinatari. Tale sensazione accompagna
tutto il testo, che sembra sfogliare strato dopo strato eventi e
sensazioni che anticipano e poi convivono con una fine. Ed è
proprio la natura di questa fine a colpirmi.
La figura femminile narrata è stata vissuta, sentita ed infine
perduta come di schianto, quasi in modo inconsapevole nonostante
quasi si sappia cosa sta accadendo.
Sostantivi ed aggettivi sono molti ma la classe più significativa
è per me quella dei verbi che non sono lasciati all'infinito:
dunque le azioni descritte sono presenti, ben collocabili, definite,
narrate nella loro potenza e gravità.
"Offendo/arrenditi/ribellati/urla/scuce/scompaio". Non
si resta, condizione che verrebbe meglio resa con dei verbi all'infinito,
non siamo fuori dal tempo e dallo spazio (magari fosse, tutto risulterebbe
quasi un sogno, sopportabile...). Non è un agire continuato,
ripetuto.
Succede ora, non è lasciato spazio al tempo affinché
scolori e ridimensioni queste forti sensazioni.
Le costruzioni sono regolari, è il soggetto "Io"
ad avere la posizione privilegiata. Un soggetto che viene catapultato
e si sente lontano
(la prima strofa inizia già a graffiare, anticipa un'enormità
pesante, allitterazioni ed assonanze di "s" , "r"
e "t"), l'assenza prende forma e dall'inconscio si scarabocchia
un cuore su un foglio, quasi per la necessità di concretizzare
qualcosa da "vedere", toccare.
Ancora due verbi all'imperativo nel tentativo di dare una scossa
a questo stato d'impotenza: "Arrenditi/Ribellati".
Il "Tu", che inizialmente intendevo come la stessa Ape
Regina che chiedeva e che oggi invece vedo più come un rivolgersi
agli "altri", viene percepito come un intruso, buono solo
a chiedere qualcosa che SA non verrà dato. Risposte. E' il
silenzio il vero dominatore di tutto il testo (silenzio interiore
= non voglio rispondere, anzi non ci sono proprio più/ silenzio-assenza
= Ape Regina, non ci sei più).
La seconda strofa, allora, privilegia le negazioni, una visione
negativa ricopre gli occhi ed è inutile che gli altri si
stupiscano di questo non rispondere. Desinenze accentate danno ritmo
e timbro ad un momento del testo molto importante. E' una non-novità
questo tacere, esistente da anni. Il volerlo violare determina il
desiderio di uccidere con parole e crudeltà porzioni di chi
ancora chiede, condizione inusuale per il protagonista ma per questo
maggiormente amplificata.
Gli aggettivi più significativi e positivi sono riservati
all'Ape Regina, (gioco di assonanze "malata/dorata"),
divina, amata
e quella domanda lascia intuire qualcosa di ignorato. Non una giustificazione
ma un vero dato di fatto. La mia concezione di "Fine"
trova qui la sua vera veste: questa fine per me è una morte
(lungi dall'essere la verità, ovvio, solo per me...).
La Regina non c'è più, è morta e non è
più possibile chiederle perdono per non aver compreso in
tempo che era appunto "malata".
E non è per me un morire "nel cuore" del protagonista,
un andarsene di donna dopo che una storia è terminata, o
ancora una sofferenza psicologica come ne "L'esangue Deborah".
E' una morte fisica, senza scampo.
La perla del testo per me è la penultima strofa. Racconta
lo schianto, il tonfo, l'apprendere glaciale della notizia.
E' morta. I brividi salgono dai piedi, attraversano le gambe, gelano
le braccia, danno un leggero formicolio alle tempie.
Urla d'altri che fanno da sottofondo ad un senso di svuotamento
totale. E' notevole il ritmo di questa strofa, fluida e trascinante,
concitata come quel che descrive.
Sopravvivere è riempire quel vuoto con dolcezze (non leziosità
o altro, dolcezze, tocchi di seta morbida, in contrasto con i graffi
e le pesantezze fin'ora descritte...), rimuovendo il luogo (interiore
e reale) dove lei viveva...
Quattro passi in “Senza
peso” (“Senza peso”-2003)
Testo di Cristiano Godano
"Proprio quando siamo più al sicuro,
c'è un soffio di tramonto/ una suggestione di campane a morto...."
(Robert Browning)
La bellezza è dunque in agguato. Arriva senza annunciarsi,
esplosa ed eccezionale, anche se nasce da un petalo gettato e smosso
lieve dal vento.
Anche senza peso.
E non a caso inizio così. Ho trascorso del tempo, il solito,
ascoltando il parto nuovo dei Marlene. Accadeva in vari istanti
di fermarmi a pensare. E, come qualcuno qui dentro già in
passato si è sorbito i miei voletti pindarici, anche stavolta
rimetto il pensiero per iscritto.
Sento tre note.
Note che si modulano in voci della stessa anima.
- Stridente e graffiante.
- Gentile, docile, lieve.
- Affabile e melodica.
Di solito, comprendo la bellezza di qualcosa dal desiderio bruciante
che provo nell'interiorizzarla. Il vescovo Berkeley un giorno disse
che il sapore della mela non si trova nella mela -che non può
gustare se stessa- né nella bocca di colui che la mangia
prima che l'assaggi. Ci vuole un contatto fra l'una e l'altra. Note
e parole di per sé sono solo simboli. Ma se energia e poesia
sono il gusto che esse hanno ecco che prendono vita, perché
vanno verso la vita stessa per tramite d'ascolto.
La prima sensazione fu di un flusso che arrivava addosso piacevole,
ma indistinto. Senza peso si snodava nei suoi quattordici passi
mossi con cadenze di tre diversi ritmi. E prima che si chiarisse
quale tipo di comunicazione stavo ricevendo, in realtà godevo
in primis del gusto in sé, di ciò che di gioioso e
profondo accadeva non tanto alla mia intelligenza quanto ai miei
sensi.
Poi la riflessione, poi la razionalità.
Perché il primo ascolto è il più istintivo
di tutti e solo dopo si apprezzano le strutture, i contorni, si
entra nel flusso con la propria mente e si decostruisce il monolite
coi mezzi che si posseggono verso i fini che si perseguono. E poi,
quando l'esperienza si ripete e quel cd gira nel lettore, accade
sempre qualcosa di nuovo anche se non sembra: basta non restare
fedeli alla prima impressione e permettersi di variare il passo,
lasciando accadere la nuova sensazione, il nuovo lampo di novità.
Ché mela e bocca non sono stanziali nel tempo ed Eraclito
non a caso diceva che l'uomo non può entrare due volte nello
stesso fiume, perché l'acqua non è mai la stessa.
Ho seguito uno di quei passi nell'aspetto che molto mi attrae,
il testo. Io non so definire un testo, perché per mia incapacità
naturale non so definire. Spesso per questo in passato mi sentivo
ignorante, poi lessi qualcosa che mi aiutò: è possibile
definire qualcosa solo se non ne sappiamo nulla. La mia ignoranza
era quindi salva...! Oggi quello che mi colpisce (e quindi è
profondamente accucciato dentro me e non si schioda) tento di esprimerlo
proprio quando non me lo chiedono...
Contorsione, contorsione.... Per non sentirmi troppo anormale ho
chiesto aiuto a Sant'Agostino e lui disse: "Cos'è il
tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so. Se voglio spiegarlo a chi
me lo chiede, non lo so". Così mi sento io.
Per questo scrivo le cose quando nessuno me le domanda... :-)
Tipo cosa penso di un testo.
Ci sono momenti naturali nello scorrere di una vita che ammaliano,
spaventano, volutamente s'ignorano ma d'un tratto appaiono a colpire.
La morte a volte non ci appartiene in modo cosciente. Perché
non *ci* accade, se non per il dolore causato ad esempio dalla mancanza
di qualcuno amato. Temerla per noi è successivo, è
legato allo scorrere del tempo ed all'arricchimento che via via
viviamo con le nostre esperienze. Ad un tratto diventa un pensiero,
quasi un passaggio da considerare con la lucidità che metteremmo
nel parlare di altre fasi della vita. Viaggiamo dentro ad uno di
questi nuovi testi, "L'uscita di scena":
Poter avere il sangue freddo di dire
qualcosa che abbia un suo valore speciale
per una frase di congedo finale
da tutto quanto è lì per finire.
Non all'onore e a dignità d'intenti
non al terrore di terrori indecenti
non all'orgoglio da esibire con pena
alludo quando penso all'uscita di scena.
Quel che piacerebbe a me
è una specie di neutralità
a passione zero.
Quel che piacerebbe a me
è un'indifferenza orribile...
più o meno.
Né ad un sospiro che traduca il rimpianto
o alla miseria di un qualsiasi pianto
e neppure ad un coraggio che
sia della vanità il paggio.
E non vorrei nemmeno le religioni
a dar via libera alle apprensioni
per formulare lo scongiuro
di una preghiera che s'intoni col futuro.
Quel che piacerebbe a me
è una specie di neutralità
a passione zero.
Quel che piacerebbe a me
è un'indifferenza orribile...
più o meno.
Quel che piacerebbe a me
è la cosa più improbabile:
so che è vero.
Con un sorriso di mestizia sopita
io vorrei dirLe "Questa è la mia vita"
e con un gesto bello e naturale
abbandonare il corpo
e stare ad aspettare.
Quel che piacerebbe a me...
Quando ho letto questo testo, ho ricordato che altre volte la morte
è apparsa nei brani dei Marlene. Descritta, immaginata, proiettata
su altre vite, drammatizzata e ancora colta come un passaggio lieve.
Con una costante di fondo, pare a me: l'amore è per ciò
che la precede, perché la morte è vista come un termine,
senza sublimarne il poi, senza un al di là su cui concentrarsi,
se non come accenni di rimando: "...né ad un sospiro
che traduca il rimpianto/ o alla miseria di un qualsiasi pianto/
e neppure ad un coraggio che/ sia della vanità il paggio.
E non vorrei nemmeno le religioni/ a dar via libera alle apprensioni/
per formulare lo scongiuro/ di una preghiera che s'intoni col futuro
".
Accenni fatti per testimoniare ciò che il genere umano crede
in virtù di fede, consolazione e speranza. Ma sono condizioni
mentali e sentimenti assunti sempre grazie all'amore che si prova
per ciò che si è ora, qui, un amore che può
vestire anche l'altra sua faccia, l'odio, e portare alla privazione
della vita, nostra o altrui.
Solo che ciò che resta importante sono proprio "i secondi
che da lei ci separano", citando Ricordo, perché quello
è il tempo in cui amore ed odio vengono provati ed hanno
ragion d'essere. Montale scriveva che "la morte si sconta vivendo".
Credo che stavolta Godano abbia spostato semplicemente l'obiettivo
su se stesso. L'uscita di scena pare una considerazione personale
su come (si) vorrebbe morire. Concentrare nell'istante prima parole
dal valore speciale (averne coscienza di quell'istante, sentire
che è quello, speciale ed irripetibile, attimo unico in cui
magnificare un'intera esistenza... quante suggestioni del romanticismo
tedesco in ciò ed un tocco di neoidealismo...), quasi senza
drammatizzare, esorcizzando il timore latente e quotidiano di finire.
E soprattutto senza uno strascico di pena e pianto attorno, come
se il ricordo per la vita vissuta dovesse bastare a chi ci circonda.
Anche la morte quindi è senza peso (o meglio, si vorrebbe
che lo fosse): la neutralità è equilibrio e leggerezza,
ma non è indifferenza orribile, perché in fondo si
dice "più o meno". Forse perché l'indifferenza
comunemente ha un significato diverso, mentre qui sembrerebbe proprio
assenza di dramma.
Strofe di rime baciate, a tratti alternate e interne, varie assonanze
per dire tutto ciò.
|