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A cura di
Ferdinando Alaimo “Ciò che sta in basso è come ciò che
“Tutte le cose sono piene di Dei”
La mia attrazione per le piante, per i fiori, è iniziata molto presto; alla tenera età di tre anni, forse proprio in coincidenza con quel compleanno, ebbi un incontro molto ravvicinato, di tipo orale, con un'intera aiuola di narcisi. Naturalmente vomitai, come si suol dire, l'anima mia che, da allora, mi suggerì di sublimare un poco questo amore.
Così, dopo gli studi canonici, mi sono occupato fondamentalmente di questo, di ritrovare un rapporto animico con le piante, di “fare anima” con l'erboristeria. Mi è sembrata una sfida affascinante, un invito a recuperare l'intuizione, a mettere insieme simbolo e scienza, a trovare un più armonico equilibrio tra l'emisfero occidentale del nostro encefalo e quello orientale. Tentando di recuperare il nostro immaginale simbolico con le piante, l'ho cercato negli antichi miti, che degli archetipi sono il racconto. Mi sono avvalso, ovviamente, anche dell'astrologia poiché è da questo grande sistema simbolico che derivava agli antichi la loro scienza e le conseguenti tecniche applicative. Ho trovato affascinante constatare come questo sapere simbolico illuminasse meglio anche la nostra scienza analitica e ne consentisse qualche più chiara sintesi. Gli antichi erboristi non disponevano dei nostri sofisticati laboratori di analisi ma avevano su di noi il vantaggio di intrattenere una migliore comunicazione con la natura e con il mondo vegetale in particolare. Non consideravano le piante come dei meri contenitori di principi attivi cui far corrispondere una serie di proprietà farmacologiche. Ne interrogavano il simbolismo astrale e vegetale ed intuivano che se le erbe nascono, fioriscono, fruttificano e muoiono in determinati luoghi, climi e periodi dell’anno, questo ha a che fare con le loro particolari qualità energetiche e potenzialità curative. Esprimevano mitologicamente questa loro comprensione considerando le piante come dimora di diversi spiriti e spiritelli o, addirittura, come altrettante forme e metamorfosi di alcuni degli antichi dei. Arrivarono così a delineare per molte di esse una sorta di “personalità” e di carattere psichico. Poiché non dividevano il corpo dallo spirito dei loro malati, ma lo consideravano come un tutt’uno, mantenevano la stessa attitudine nei confronti dei loro rimedi curativi. Le piante usate nelle loro pozioni conservavano in tal modo un potenziale terapeutico simbolico e psichico che si esaltava nel rito della somministrazione. L’antica erboristeria è archetipica poiché “ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto”, recita la tavola smeraldina, e perciò tutte le cose, tutte le piante, sono piene di Dei.
Da questo punto di vista la somministrazione della pozione erboristica diventa allora qualcosa di più dell’ingurgitare meccanicamente una pillola; diventa una sorta di rito che, come ben sanno gli sciamani, ha la funzione precipua di attivare i ricettori psichici del paziente in modo da accogliere in toto il potenziale curativo della pianta. Tutto ciò non sembra di poco conto per una fitoterapia in sintonia con le nuove tendenze di terapia olistica e psicosomatica.
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