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Arti Figurative

L'arte come lavoro

A cura di Carlo Floris

Carissimo Sebastiano,
abbiamo visto nella mia precedente lettera come le arti figurative siano ormai piombate in una crisi gravissima dalla quale non si vede la possibile uscita. Le immagini prodotte dagli artisti contemporanei non trovano comprensione reale nel vasto pubblico, ma necessitano di essere filtrate, interpretate da esperti, letterati, psicologi, professori di storia dell’arte ecc. Gli stessi artisti sono costretti a difendere il loro operato per avere visibilità e spesso non trovano di meglio, per giustificare le immagini prodotte che adoperare il medesimo linguaggio e purtroppo le medesime assurde categorie di una certa critica intellettualistica e prezzolata.

Dimentichiamo caro amico tutto questo ciarpame, abbandoniamo l’Iperuranio e i problemi dell’inconscio e riprendiamo il nostro discorso partendo dal punto più basso della realtà artistica.

Il termine arte banalmente indica il modo con cui viene eseguito un lavoro. Nel linguaggio corrente si dice ad esempio che un lavoro ben riuscito è stato eseguito a “regola d’arte”. Quindi l’artista e l’artigiano, che sotto questo aspetto sono accomunabili, eseguono il proprio lavoro con arte e cioè con maestria. Il termine col tempo ha avuto significati sempre più specifici fino ad indicare, nel linguaggio comune la produzione di chi opera nel campo delle così dette belle arti e cioè l’“Opera d’arte”.
Per chi si stupirà di un simile approccio al tema, apparentemente dissacrante e condotto per vie che potrebbero sembrare secondarie e marginali, propongo di leggere ciò che i nostri accompagnatori e guide dicono del proprio impegno.
Sentiamo:

“Ma andate un po' a sedervi fuori! Dipingete sul posto! Vi capiteranno ogni sorta di avventure. Per esempio, sulle quattro tele che riceverai ho dovuto togliere almeno un centinaio di mosche, forse anche di più; senza contare la polvere, la sabbia eccetera, e senza contare inoltre che quando si sono portate delle intelaiature per due ore attraverso la brughiera e le siepi, passando, un ramo o qualcos'altro avrà graffiato la tela eccetera.
Senza contare che si rientra, dopo aver portato tutta quella roba e dopo una camminata di un paio d'ore, stanchi, accaldati; che i modelli presi a caso non stanno fermi come i modelli di professione e che infine l’effetto cambia con il cambiare delle ore della giornata…”
(Van Gogh -Nuenen, luglio 1885)

“Lavoro come un forsennato su sei tele al giorno. Faccio molta fatica, poiché non riesco ancora a cogliere il tono di questo paese; a volte sono spaventato dai colori che devo adoperare, ho paura di essere terribile, eppure sono ancora ben al disotto; è atroce la luce. Ho già degli studi che hanno richiesto sei sedute, ma è tanto nuovo per me che non riesco a finire...”
(Monet- Bordighera, 3 febbraio 1884)

“[...] Ora dipingo con colori italiani che ho dovuto far venire da Torino. Del resto ho anche consumato tutte le mie tele, le scarpe, le calze, persino i vestiti, e arriverò malconcio; gli abiti mi si sono logorati al sole…[...]”
(Monet - Bordighera, 5 marzo 1884)

“[...] Sono nero e profondamente disgustato dalla pittura.
È senz'altro una tortura continua! Non attendete di vedere del nuovo, il poco che ho potuto fare è distrutto, raschiato o bucato. Voi non vi rendete conto del tempo spaventoso che non ha cessato di fare da due mesi.
C'è da diventare matti furiosi, quando si cerca di rendere il tempo, l'atmosfera, l'ambiente.
Oltre a questo, a tutte le noie, eccomi stupidamente colpito dai reumatismi. Pago così le sedute sotto la pioggia e la neve, e ciò che mi affligge è pensare che bisogna rinunciare a sfidare ogni tempo e a lavorare fuori, salvo con il bel tempo. Che stupidità, la vita!”
(Monet - 21 luglio 1890)

Sentito?
Altro che macerazione interiore, ermetismi criptici, e contorcimenti psicanalitici. In primo luogo la modestia del lavoro, la sua fatica, l’impegno continuo per raggiungere lo scopo.
A volte, spesso, lo scoraggiamento.
L’artista è un uomo come tutti ed il suo lavoro benché specifico assomiglia al lavoro di tutti.

Un certo lavoro per essere eseguito ad arte necessita quanto meno di una tecnica specifica. La tecnica non è quindi il prodotto del lavoro, ma lo strumento per eseguirlo. Approntare una tecnica significa affinare gli strumenti in vista di un risultato. Nel passato i giovani apprendisti pittori imparavano il mestiere frequentando la bottega di un maestro legato ad una tradizione e seguendo un duro e costante tirocinio. E’ pertanto stupefacente il rifiuto di tanti grafici e “pittori” nostri contemporanei di imparare una tecnica! Quasi che essa inibisca la spontaneità creativa; quasi che il prodotto artistico debba nascere direttamente dallo spirito incontaminato. Ma la tecnica non ostacola l’espressione, al contrario la rende semplicemente possibile. Questo rifiuto aprioristico della tecnica nasconde in realtà solo improvvisazione e superficialità. Certamente la tecnica, come dicevamo prima, non è l’arte, ma è la lingua che permette di esprimersi. Fate una prova banale: Provate a leggere i versi famosi del Dante della “Divina Commedia” in una lingua che non conoscete, poniamo il Cinese. Riuscirete ancora ad apprezzare questo immortale capolavoro? Senza una lingua non si comunicano i concetti, ma solo i bisogni elementari: fame, dolore, gioia, sonno, ecc.
Sentite infatti cosa affermano i veri artisti:

“Però, per dipingere questo, ho dovuto rompermi la schiena. Per il terreno sono stato costretto a consumare un tubetto e mezzo di bianco - benché il terreno fosse molto scuro - e, inoltre, del rosso, del giallo, dell'ocra scura, del nero, della terra di Siena, del bistro: e il risultato è un bruno rossastro che va tuttavia dal bistro a un rosso vino cupo, e perfino al 1ivido, al biondo e al rossastro. Inoltre c'è ancora il muschio del terreno e una striscia sottile di erba fresca che imprigiona la luce e scintilla radiosamente: era difficilissimo a rendersi. [...]
Come vedi, consacro tutte le mie energie alla pittura e scavo il problema dei colori…”
(Van Gogh - L'Aja, fine agosto 1882)

“Sapete che sono assorbito dal lavoro. Questi paesaggi d'acqua e di riflessi sono divenuti un'ossessione. È al di là delle mie forze di persona anziana, e voglio tuttavia arrivare a rendere ciò che sento vivamente. Ne sono distrutto [...], ricomincio e spero che da tanto sforzo esca qualcosa.”
(Monet - 11 agosto 1908)

Questo continuo tenace impegno, l’alternarsi di momenti di felicità ed entusiasmo a momenti di profondo scoraggiamento che cosa significano se non lo sforzo a volte disperato di mettere a punto una tecnica efficace e proporzionata allo scopo?
Forse, una volta accettato il concetto, risulterà più facile identificarne il contenuto sostituendo alla parola “tecnica” il termine, per la verità un po’ desueto di “Stile”; oppure se si preferisce, il termine più in voga “Linguaggio”.

Qualcuno a questo punto comincerà a chiedersi: e l’ispirazione? Il genio creativo?
Calma! Una cosa alla volta. Se avrai lo stomaco di seguirmi arriveremo anche a questo.

Caro amico, per il momento penso di fermarmi qui. Non verrei arrecare troppi danni col mio incedere rozzo alla bella cristalleria di “Erba Sacra” e se vorrai ancora ospitarmi con la tua solita generosità, mi riprometto di affrontare in una prossima lettera il tema della specificità del lavoro del pittore, il terzo punto della scaletta che ho annunciato.

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Carlo Floris

I suoi interessi si riversano soprattutto nel campo della spiritualità, della filosofia, dell’arte figurativa e della religione.

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