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Arti Figurative

La Spiritualità dell’Arte

A cura di Carlo Floris

Carissimo Sebastiano,
mi decido solo ora ad accettare il tuo cortese invito a partecipare al dibattito che si sta avviando nel bel sito “Erba Sacra” sul tema delle arti figurative e del loro rapporto con la spiritualità umana. E ciò non senza qualche perplessità legata più alla mia reticenza e pudore che alla complessità (evidente) del tema da trattare.

Tu sai bene, perché la nostra amicizia ormai risale a più di 40 anni, (mio Dio!!), quanto questa mia passione, rimasta in me latente dagli anni in cui sul molo del porto di Anzio dipingevo i pescherecci ormeggiati e tu passavi a curiosare e a scambiare con me due chiacchiere, mi abbia di nuovo travolto e sia infine riemersa con prepotenza e bisogno interiore di espressione.

Parlavo prima di pudore, e la cosa non dovrebbe, conoscendomi, sembrarti nuova in quanto la pittura, se frequentata in profondità e con coinvolgimento emotivo e psicologico, è rivelatrice, per gli addetti ai lavori e per le persone sensibili, dell’intimità dell’artista, quasi una sua confessione pubblica e per questo un po’ imbarazzante.

Propongo, sgomberato il campo dalla montagna di sciocchezze e vere superstizioni circolanti in proposito, di affrontare il nostro argomento partendo dagli strumenti operativi di cui si servono gli artisti, fino a toccare la radice della creatività medesima.

Il tutto, però, affrontato dall’ottica particolare dell’operatore, supportato in questo proposito dalla testimonianza spontanea, vera ed impagabile degli stessi pittori. Per questo viaggio dantesco ho scelto come maestri, guide e compagni di avventura due artisti che, per la loro collocazione temporale non fossero troppo distanti dalla nostra sensibilità, ma neanche troppo vicini a noi e quindi condizionati ed inquinati dall’attuale cultura massificante e nichilista. I nostri compagni di viaggio saranno due pittori della fine del 1800 la cui fama e il cui valore è ormai storicamente consolidato e universalmente accettato: Vincent Van Gogh e Claude Monet. Due artisti veri, ma con personalità molto diverse, con sensibilità estetiche distanti tra loro, e quindi due testimoni perfettamente attendibili e non certo di parte.

Articolerò il mio intervento in cinque punti che affronteranno di volta in volta temi diversi ma legati da un filo logico unitario, quasi un percorso meditativo che dalla realtà fattuale risale per induzione ai principi generali dell’operare artistico.

In particolare il mio discorso si imposterà sui seguenti temi:

  1. Civiltà dell’Immagine?
  2. L’arte come lavoro
  3. Stile ed Espressione
  4. La bellezza
  5. Le radici dell’arte

Civiltà dell’Immagine?

Todi - Castello di Fiore

La nostra epoca è stata definita in maniera roboante e superficiale “Civiltà delle immagini” intendendo con ciò evidenziare come la nostra cultura, abbandonata ormai da alcuni millenni la cultura orale, stia progressivamente superando anche la cultura del testo (scrittura) ed entrando in una nuova era nella quale la comunicazione trova espressione predominante nelle immagini (filmiche, televisive, pubblicitarie, digitali, ecc.)

Si potrebbe pensare quindi che nessuna epoca storica sia stata tanto favorevole alle arti figurative come la nostra.

Ma come ben sanno anche le mie amate capre del sopramonte del Gennargentu, (le capre sono notoriamente animali sensibili e contemplativi), le arti figurative stanno attraversando, da un secolo a questa parte, una crisi di identità gravissima dimostrata dalla ormai totale e anarchica babele delle lingue figurative, dalla barriera di incomprensione tra artisti e fruitori, tra critici e pubblico, tra galleristi e pittori.

Le radici di questo gravissimo distacco sono profonde e complesse e per il momento non desidero affrontare questo tema, basti ricordare che già il Marangoni in un suo famosissimo saggio di molti anni fa lamentava questo problema con accenti allarmati : “il saper vedere, udire, leggere – ossia l’unico modo di vedere e valutare pienamente un’opera d’arte – è, pare incredibile!, l’ultima cosa a cui pensano la maggior parte degli stessi studiosi e critici d’arte, di musica, di letteratura, soprattutto affaccendati nell’accanita gara delle “attribuzioni”, nella pedantesca mania delle “date”, nella “impostazione dei problemi” per lo più di interesse culturale anziché critico. …(omissis) ..E invece quanti mai scrivono d’arte; dai letterati – ai quali è ormai affidata la critica d’arte contemporanea – ai medici i quali, Dio li perdoni, tirano in ballo anche la psicanalisi, con risultati per lo meno spassosi! “ (M. Marangoni – “Saper Vedere” pag 5-6)

Il passare degli anni non ha mutato la drammaticità della situazione, ma semmai l’ha accentuata in maniera esponenziale.

I pittori poi sono ormai allo sbando, oppressi come sono dal clima culturale modernista, da una critica ufficiale faziosa e spesso truffaldina, che esercita poteri di censura e di imbonimento tali da frustrare ogni tentativo che gli artisti mettono in atto per esprimere con la propria pittura la misteriosa meraviglia che essi continuano a percepire, osservando l’esistente tra la generale indifferenza di tutti. Nessuna sorpresa quindi a leggere le incredibili affermazioni che essi stessi esprimono nel tentativo di presentare e “spiegare” il proprio operato: si passa da veri e propri saggi o trattati vergati in linguaggio politichese, contorto e rinzaffato di proclami e rivoluzioni, alle confessioni psicologico-intimistiche degne di referti da casa di cura psichiatrica, alle giustificazioni filosofiche infarcite di ermetismi e di autoesaltazione tese a dimostrare la superiorità del proprio io e della propria creatività sul misero volgo.

Ma se la pittura è comunicazione (proposizione accettata ormai anche dalle capre di cui sopra), perché il pittore dovrebbe comunicare i propri intendimenti estetici con detti sproloqui e non con i dipinti e cioè col linguaggio che gli è proprio? Perché dovrebbe servire l’interprete per decifrare la sua produzione?

E il pubblico?, ti domanderai. Ebbene il povero pubblico, con questi bei chiari di luna, è sempre più diffidente e disorientato, e come potrebbe essere altrimenti! Esso dubita ormai di tutto, anche del proprio gusto. Il quadro (autentico capolavoro, imperdibile) si compra in televendita perché è certificato col bollino blu dal rivenditore che prima di rifilarlo allo sprovveduto ha (scusate il bisticcio di parole) provveduto ad inserirlo in un apposito catalogo. Oppure si va da un certo gallerista e gli si chiede un quadro firmato …qualsiasi! Oppure, chi se lo può permettere, va dal critico per chiedere se un certo quadro gli deve piacere o no. Infine, chi può accede alle grandi aste per comprare a prezzi astronomici e del tutto spropositati, poniamo i magnifici girasoli di Van Gogh (umanissimo e disperato quadro che non ha permesso al suo autore di pagarsi in vita un solo pasto) e … riporli nelle cassette di sicurezza di una banca famosa in attesa che essi si rivalutino ulteriormente sul mercato dell’“Arte”. Altro che globalizzazione.

Credo a questo punto che sia una necessità morale per tutti sviluppare un discorso chiaro che permetta di ristabilire il corretto rapporto tra chi dipinge e chi guarda, tra chi si esprime con la pittura e chi indaga la forma dipinta per trarne sollievo spirituale e partecipare all’emozione originaria, causa di tutto. Affrontare questo tema, estremamente impegnativo e certamente non facile, è ormai un fatto improcrastinabile; probabilmente un simile impegno è superiore alle mie capacità ma proverò ugualmente a tirare il sasso nello stagno.

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Carlo Floris

I suoi interessi si riversano soprattutto nel campo della spiritualità, della filosofia, dell’arte figurativa e della religione.

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