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Erboristeria Astrologica

Il giardino degli dei

A cura di Ferdinando Alaimo

Un tempo, neanche tanto remoto, gli erboristi chiamavano le loro piante  “i semplici”.

Intuivano ed affermavano, in tal modo, che all’inizio della nostra complessità, dei suoi intrecci, vi sono dei bandoli semplici, forze elementari, Dei, e che le più semplici incarnazioni di questi intrecci sono quelle vegetali.

Delle piante, di questi intrecci, dei loro Dei, da sempre ci siamo cibati, vestiti e adornati; sono all’inizio della nostra storia, della nostra mitologia. Gli Dei sono semplici come l’anima delle piante; ci si rivelano da sempre nelle loro forme e attraverso le loro attitudini, aromi e colori.

Ci sono piante urticanti ed irte di aculei, aggressive e brucianti nella loro lotta per la vita, marziane come il Dio della guerra e come l’Ortica e il Biancospino, e piante morbide, profumate e sensuali come Venere, e come la Rosa e il Gelsomino.

Ci sono piante antiche ed essenziali, sempre verdi, amiche dell’inverno ed un po’ malinconiche, saturnine, come il Cipresso e il Pino, e piante piene di colori, gioviali e dolci come il Tiglio e la Balsamina.

Ci sono piante acquatiche, pallide e lunari, come la Ninfea, e piante solari come il Rosmarino.

Le piante non sono cose, nel loro giardino gli antichi erboristi non coltivavano meri contenitori di principi attivi; nel giardino dei semplici gli antichi erboristi coltivavano Dei, forze elementari, energie vitali, e queste divine essenze essi somministravano con le loro pozioni.

La moderna erboristeria, dopo aver guardato alle piante con gli occhi della chimica farmaceutica, vale a dire dopo averle considerate unicamente come contenitori di principi attivi, ha recentemente introdotto nella sua disciplina un termine nuovo: “fitocomplesso”.

Questo termine rivela una presa di coscienza che parte da dati sperimentali. Si è capito che l’azione medicinale di una pianta non è imputabile, in genere, solo ad uno o a qualcuno dei principi attivi in essa contenuti, ma al loro complesso, all’insieme della pianta stessa.

.Fitocomplesso è un termine “scientifico” ma vago che reintroduce un punto di vista

 tipico di un’erboristeria “pre-scientifica”, alchemica, magica, astrologica. Per questi  erboristi,  in base al dettato della  Tavola Smeraldina: “ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto e ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso per compiere i miracoli della realtà che è Uno”, gli Dei si manifestavano nelle piante come negli astri. Per loro i medesimi Archetipi che animavano la pianta, il fitocomplesso, animavano noi, “l’antropo-complesso”; e proprio a ciò si doveva la capacità delle piante medicinali di interagire con gli umani e di curarli.

Fino a Isaac Newton, astronomo e contemporaneamente astrologo, i due saperi, quello analogico-simbolico e quello logico-analitico, si sono sviluppati insieme, aritmetica, geometria e matematica sono state sviluppate nel processo.

Fino a Newton ci si è chiesto non solo come funziona la meccanica dell’universo ma anche cosa significa, che senso ha; non solo come la parte si iscriva meccanicamente nel tutto ma anche come il tutto sia iscriva ologrammaticamente nella parte. La fisica nucleare, poi,  ha in certo senso confermato quanto sostenuto dall’astrologia: il sistema solare è inscritto in noi, in ognuno degli atomi del nostro corpo.(Se così è appare illusorio non muoversi con lui in sintonia.)

E’ con Descartes che sono, solo se penso, prima lo intuivo, anche. E’ con Descartes e con l’Illuminismo che c’è solo il lobo sinistro, e solo ciò che il lobo sinistro del cervello pensa, vede e misura,  è, può essere vero.

Tutto il resto è superstizione e stregoneria. Solo ciò che è visibile, riproducibile, scambiabile sul mercato, ha valore. Solo il tempo produttivo ha valore, il resto è tempo perso. Esiste solo il materiale, l’aritmetico, l’analitico, l’intelletto senza cuore. L’essenza, l’anima, io stesso come soggetto vengo ridotto a pensiero. L’anima evapora nel pensiero e il corpo diventa sempre più una macchina da curare come tale.

 Conosciamo bene questo punto di vista perché oggi è il punto di vista dominante e la base del condizionamento sociale universale nel mondo del mercato globale. E’ un mondo senza saggezza e senza cuore che ci sta e si sta distruggendo.

Questo mondo, del resto, è nato dalla distruzione; per imporre il loro dominio  la nascente scienza ed il nascente capitalismo hanno avuto bisogno di distruggere, di bruciare  sui roghi delle streghe, le ultime portatrici di una visione analogico-simbolica, un intero mondo magico.

Questo lavoro è stato svolto, in nome di Cristo, da una Chiesa che di lì a poco avrebbe partorito, tramite la Riforma, un cristianesimo del lavoro e del risparmio congeniale alla prima fase dell’etica del capitalismo. E’ forse interessante notare che questo compito distruttivo è stato operato dal “pontefice”, proprio da chi era deputato a “fare ponte” con quanto rimaneva del sacro.

 Nel corso del novecento si assiste ad un’inversione di tendenza, si va operando un mutamento di paradigma che sta penetrando e rivoluzionando tutte le discipline dalla fisica, alla biologia, alla psicologia: il Modello Olistico, che vuol sempre comprendere la parte in riferimento al tutto e che ha influenzato un  ventaglio ormai amplissimo di nuovi approcci terapeutici, dalla Floriterapia del dott. Bach alla Psicologia Archetipica di James Hillman, tanto per fare solo due nomi fra i più famosi.

Sempre di più e sempre in più stiamo ricominciando a vedere il mondo non come un freddo orologio, ma come un luogo sacro e significativo. 

Quando Julia Hill, una ragazza americana di 23 anni, si arrampicò il 10 dicembre del 1997 sulla “Luna”, una sequoia alta 67 metri e vecchia di 500 anni, e rimase tra i suoi rami senza mai scendere per due anni e una settimana, allo scopo di salvare lei  e il bosco di sequoie che la circondava dalle accette di una corporation del legno, parliamo di una sensibilità antica e nuova, allo stesso tempo. Una sensibilità che ci rammenta quella di un capo pellerossa che nel 1854 aveva spedito alla Casa Bianca una lettera di cui propongo qui qualche brano particolarmente significativo per quanto si sta dicendo: “Ogni parte di questa terra è sacra per il mio popolo. Ogni ago di pino che brilla, ogni spiaggia sabbiosa, ogni vapore nelle scure foreste, ogni radura e ronzio di insetto è sacro nella  memoria e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che scorre attraverso gli alberi porta i ricordi degli uomini…Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono le nostre sorelle; il cervo, il cavallo, la grande aquila sono i nostri fratelli…Cosa è l’uomo senza gli animali? Se tutti gli animali se ne andassero l’uomo morirebbe per la grande solitudine dello spirito. Poiché qualsiasi cosa accada agli animali, presto accade all’uomo…Qualsiasi cosa accade alla terra accade ai figli della terra…Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate come il sangue che unisce una famiglia.”

E’ una sensibilità che ritroviamo oggi nel più nuovo e radicale movimento politico  del pianeta, il cosiddetto “Popolo di Seattle” di cui Julia Hill è parte. E’ un sentire antico, eppure  attuale, che mi pare caratterizzi l’anima di questo movimento prima e più di qualsiasi pensiero politico. 

Già alla fine degli anni 90 del secolo scorso uno studio documentatissimo, pubblicato su “PNAS”, la rivista dell’Accademia delle Scienze USA, ci diceva che “per far rinascere quello che gli esseri umani consumano in un anno, alla Terra non bastano più dodici mesi, ma ne servono quindici circa.” I ghiacciai e le grandi foreste si stanno riducendo velocemente, migliaia di specie vegetali e animali stanno scomparendo. Insieme a loro si prevede nel corso di questo secolo la scomparsa di seimila lingue portatrici di conoscenze e culture diverse. Un incredibile impoverimento della biodiversità che ha spinto il suo più celebre studioso lo scienziato Edwuard Wilson, a dire che “la biodiversità, ovvero la convivenza rispettosa e armoniosa di specie diverse, è la sola garanzia della sopravvivenza del pianeta.”

Uno spettro di razionale follia insieme a un tanfo di morte si sta aggirando per il globo; una parte sempre più numerosa della popolazione lo percepisce, prende consapevolezza della sacralità della vita e, in qualche modo, naturalmente, pre-ideologicamente, per puro istinto di sopravvivenza, al sistema che genera quel lezzo si oppone.

A costoro, la mente che ha prodotto tutto ciò, con il suo corredo di raffinatezze ideologiche e di bombe intelligenti, appare sempre più arcaica, obsoleta.

L’affermazione dello scienziato Edwuard Wilson, come quella dell’etologo Frans de Wal: “ dobbiamo abbandonare una volta per sempre l’idea che gli esseri umani sono i soli depositari della coscienza, dell’intelligenza e dell’anima”, sembrano copiate dalla lettera del capo pellerossa; c’è qualcosa in queste parole, come nell’impresa di Julia Hill, che rammenta la sua visione, se pur ad un diverso livello. C’e come una riscoperta dell’anima del mondo e della propria, di uno spazio per comunicare con lei, la possibilità di coglierne il linguaggio. Si tratta di un linguaggio simbolico, come abbiamo sempre saputo grazie ai nostri sogni e come ci conferma la psicoanalisi. E’ il linguaggio con cui il mondo vegetale, costellato di immagini simboliche, ha sempre comunicato con noi; non a caso l’albero, che ne sintetizza molte, assurge, in quasi tutte le culture, a simbolo della stessa vita. E’ un linguaggio con cui dobbiamo tornare a familiarizzare se desideriamo “fare anima col mondo”; e non si tratta del pio desiderio di un’anima bella, si tratta piuttosto di una necessità, se vogliamo salvare il pianeta, se non vogliamo che l’avere prevalga totalmente sull’essere, se non vogliamo alienare la nostra umanità in un mondo totalmente reificato, se non vogliamo negare in noi stessi quella insopprimibile pulsione che ci spinge a domandarci chi siamo e che ci stiamo a fare qui.

 

Ferdinando Alaimo

Si è laureato in filosofia presso l’Università di Roma e ha insegnato questa disciplina per diversi anni

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