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Suggestioni

Interpretazione dei Testi Musicali

A cura di Monia Balsamello

La canzone può essere considerata una forma di poesia?

La prima opinione che mi son fatta leggendo e meditando mi porta a dire che è problematico attribuire ad ogni costo alla canzone la forma di poesia, a cui peraltro non mi pare essa aspiri. Svincolare il testo di una canzone dalla musica, per cercarvi i segnali di una poesia, vuol dire dimenticare che la canzone è un intreccio inscindibile di parole, musica, e voce. Il testo della canzone infatti nasce sempre in funzione della musica ed è subordinato ad essa. A volte viene composta prima delle parole, altre occorre adeguare la frase musicale al ritmo del linguaggio verbale.
La poesia, in sé per sé, è un meraviglioso tentativo di rendere la musica in parole. Il testo musicale può essere considerato testo letterario.

Elementi che accomunano poesia e canzone: intreccio di parole e musica. Amore lungo secoli! Per gli antichi greci, poesia e musica erano una cosa unica, tant'è che *lirica* deriva dal fatto che in Grecia i componimenti poetici erano accompagnati dal suono della lira. La lirica poteva essere monodica (cantata da un solo poeta) o corale, come quando si celebravano i vincitori delle gare olimpiche. Nel Medioevo i trovatori cantavano le poesie d'amore, Dante aveva dimestichezza coi musici del suo tempo (anche se contemporaneamente i poeti siciliani iniziarono a fare della poesia un componimento destinato alla lettura piuttosto che alla recitazione). Nel Cinquecento e Seicento troviamo il madrigale e nell'Ottocento il melodramma, che vedeva la stretta collaborazione tra poeti e musicisti; entrambe usano rime, effetti fonici, figure retoriche, inversioni sintattiche (anche se poi ottengono risultati diversi).

Nella poesia il testo è il nucleo unico e fondamentale. Chi scrive il testo di una canzone sa che esso è a servizio della musica, e dunque occorre sfruttare la musicalità delle parole per adattarla alla melodia. La musicalità delle parole deriva dalle intonazioni che ciascuno di noi ha quando parla, per dare un senso a ciò che dice. Questi sono i tratti prosodici, cioè gli elementi musicali del linguaggio (Pros= vicino, odé= canto). Rime, assonanze etc rafforzano questa musicalità. Un bravo paroliere riesce a creare una perfetta interazione tra la musicalità inevitabile, che ogni parola ha, ed il ritmo della musica. Quindi, definire una canzone "poetica", più che dal testo in sé, nasce dalla mistione fra suoni e parole. Non con questo voglio dire che non sia interessante osservare com'è costruito il testo, perché anch'esso come la poesia ha una struttura, usa degli accorgimenti stilistici, suggerisce sensazioni (ed in effetti, è qualcosa che a me piace molto fare...).

È riconosciuto che la canzone è un prodotto che deve piacere ad un pubblico (purtroppo la stessa foga non la riscontriamo per la poesia; pare che essa non sia esattamente appetibile allo stesso modo, come "prodotto"...!). Si dice che per questo la canzone tende a trasmettere un messaggio univoco, non polisemico... Il canale privilegiato per entrare in contatto con la canzone non è la lettura ma l'ascolto.
Opinione questa condivisa anche da alcuni poeti, che in effetti prediligono offrire un primo approccio al pubblico recitando ad alta voce e con sottofondi musicali le proprie poesie (ricordando lo stretto legame da sempre esistente fra le due dimensioni). Opinione che sostengo anch'io, perché mi sembra una bella presentazione dar voce ed un suono ritenuto personalmente appropriato alle poesie.

La musica (anche se in questo caso non sarà nata assieme al testo poetico, ma scelta in modo adeguato, a seconda delle suggestioni che ha dato al poeta e che lui presume cattureranno anche gli altri) è un veicolo straordinario.
Per fare un esempio del tutto non qualificante, capita che io faccia i miei tentativi poetici ascoltando musica anche se non necessariamente essi divengono poi un nuovo testo per quelle stesse musiche. Ovvero, verranno lette senza seguire il ritmo della melodia di sottofondo, che però guarda caso contribuirà a dar maggiore impatto al testo stesso.
Testo che però deve aspirare ad essere potente anche e soprattutto da solo, la musica potrà solo amplificare qualcosa che è già grande, nella sua indipendenza di ruolo e forma.

La mia idea è sempre stata che la poesia è musica scritta in parole, (pertanto il suo impatto, se c'è, è dato solo dal testo in sé...), mentre ho difficoltà con l'assunto contrario e cioè che la canzone sia sempre anche poesia.

Non ricordo a proposito di quale testo commentato dei Marlene... ma avevo scritto che "I testi di certe canzoni sono poesia? Si esprimono dei significati tramite costruzioni di parole affascinanti, intense che suggeriscono immagini, fanno vibrare e coinvolgono chi ascolta/legge... dipingono il caos interiore ed esterno del nostro mondo. Nelle canzoni si usano "parole poetiche"? Non esistono parole "poetiche" per natura, tutte le parole sono a disposizione di chi scrive. Certo, esistono termini codificati dalla tradizione letteraria ma molte volte esse vengono scelte per l'unica ragione secondo me valida: il gusto personale che decide la sonorità migliore, il rilievo, la profondità di significato".

Perché interpretare un testo musicale?

L'universalità, il respiro di un testo in generale e musicale in particolare, risiede per me nelle molteplici e diverse sensazioni suscitate, le quali creano quei ventagli variegati di percezioni che ampliano e danno continuità nel tempo al testo stesso.
Ho sempre detto che siamo nel relativo. Che chi scrive si ferma proprio là dove si sa che il lettore (e lui ogni volta...) in base al suo sentire catturerà uno scritto traendone le sue conclusioni. Perché non si scrivono verità assolute o oggettive. Il mondo ricreato dalla sintassi, da certe scelte di parole piuttosto che altre, dalle forme affermative piuttosto che negative e così via è un'ipotesi per ciascuno di noi. Un'utopia, un sogno abile a creare delle armonie illusorie rispetto a certe concretezze della vita reale, da cui magari quel narrare ha preso spunto.
L'invenzione letteraria suggerisce, apre la mente di chi legge e la invita a cogliere nuovi aspetti e nuovi punti di vista. *Inventa* senza dire. Ecco qua. Propone, senza imporre, riflessioni e confronti con le realtà dei personaggi o dei fatti descritti.

La flessibilità di un testo è questo, per me.
Il suo oggetto è il *possibile* e non lo si può fissare in qualche struttura interpretativa valida per tutti. Ogni nuova lettura sarà un'esperienza diversa, con un'estensione intima amplissima, perché può continuamente vestirsi d'altre sfumature nel tempo, se queste sfumature si adattano alle esperienze personali e se uno ha voglia semplicemente di "andare".
Viaggiare tra le sensazioni che un testo mi ha suscitato è per me molto stimolante. Un'interpretazione ha come base il rispetto del testo.
È ovvio che, leggendo, tutte le parole hanno un significato comune ed immediato a cui poi diamo una personale connotazione. Non "studio" i significati, tento una percezione... perché un testo splendido nella forma e nello stile è monco se non mi fermo ai vari significati che può (e sottolineo il "può"...) avere.

Quello che si tenta di fare non è "capire un messaggio" dando per scontato che un messaggio ci sia. Chi ferma su carta le proprie percezioni di fronte ad un testo non sta rispondendo all'autore. Non gli sta chiedendo qualcosa. A sua volta... *crea*. Crea e scrive per sé.
Quando leggo qualcosa che ha il potere di affascinarmi ed interessarmi, perché mi piace? Perché è *stimolante*. Ecco il punto. Chi si pone di fronte ad un testo crea e comunica a se stesso un nuovo viaggio, iniziato grazie alle parole lette. Non si sta decodificando, egoisticamente si va via per conto nostro, sfruttando il vento piacevole di quelle parole. Il mistero ti parla già... varia nel tempo i suoi molteplici e nascosti aspetti e via via ne svela alcuni. Quando io racconto quello che un testo mi ha *ispirato* (non raccontato, ispirato, viaggio a sé stante), tengo aperte le porte della suggestione perché un testo è tale, è *vibrante* quando sarà riletto, ripensato, citato, trasmesso nel tempo.
Ed ogni volta che ciò accade, non si compirà forse (ciascuno e di nuovo, finché ci piaccia...) un ennesimo viaggio, che potrà assomigliare o meno a quello precedente? E sono i suoi molteplici significati a non rendere un testo *muto*. Qui, ne racconto solo alcuni, semplicemente fermando sulla carta qualcosa che nella mente c'è, certo tralasciando alcune sfumature, non perché non ci siano o resteranno tali senza sviluppi, no, solo perché amo renderne partecipi anche gli altri.
Tutto qua.

Monia Balsamello

Nata a Vinci, vicino Firenze, nel 1974, è un’anima che sfrigola tra la legge e la letteratura, la prima studiata presso l’ateneo fiorentino...

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