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Tarocchi

I Tarocchi

A cura di Prembodhi Mario Mont

Le carte dei Tarocchi sono visibilmente delle icone, cioè delle immagini – della stessa natura delle immagini sacre e degli idoli. Partecipano dunque del mondo psichico eimmaginale e rimandano in questo alle due culture che si sono contrapposte nei secoli – quella della religione monoteista e quella della magia naturale – tutte e due grandi produttrici di icone, dalle icone dei santi a quelle dei segni zodiacali.
Nei Tarocchi queste immagini sono chiamate Arcani. “Arcano” è ciò che è riposto nell’ “Arca”, in greco “custodia”. Sono dunque immagini da custodire, da trattare con cura, da salvare dal diluvio e tramandare ai posteri. Perché? Cosa vi è stato riposto con cura? Quali messaggi rivelano? Da quali mondi provengono? Chi è che ha “inventato” i Tarocchi? Dal Settecento ai giorni nostri queste domande hanno stimolato una varietà di studiosi, storici, esoteristi a produrre un’abbondanza di ipotesi. Ma i Tarocchi sono anche ostentatamente delle carte da gioco – lo stesso nome “Tarot”, “tarocco”, “tarock”, è stato dato in Francia Italia e Germania fino a molto recentemente ad un vero e proprio gioco di carte giocato alle fiere paesane.

I Tarocchi sono dunque la sintesi ardita di due mondi – il mondo della religione-magia da un lato e quello del ludico, del gioco, dall’altro – come si vede semplicemente osservando la struttura del mazzo: ventidue “Arcani Maggiori” dalle immagini intense e dai nomi altisonanti (Il Matto, Il Mago, La Morte…) più cinquantasei “Arcani Minori” che ricalcano le tradizionali carte da gioco (l’Asso di Bastoni, il Due di Spade, il Tre di Coppe…).

Di certo i Tarocchi fanno la loro comparsa in Europa durante il XV secolo e c’è chi dice che provengano dall’India o dalla Cina, chi dalla Spagna dove sarebbero stati introdotti durante l’occupazione araba; c’è chi li dice diffusi dagli zingari, chi importati dai Crociati; chi parla di una loro ricostruzione intorno al XIII secolo ad opera di cabalisti spagnoli. Ma aldilà del problema della loro origine storica ciò che più importa è la loro corrispondenza coi simboli delle cosmogonie e mitologie più antiche di tutti i popoli, il loro affondare le radici nelle profondità senza tempo dell’inconscio collettivo.

Nella sua forma attuale codificata dai “Tarocchi di Marsiglia”, un mazzo di Tarocchi è composto di settantotto carte – l’apparente unione di due mazzi. Il primo e’ identico nella struttura al mazzo da gioco della tradizione italiana, quello della Scopa per intenderci, composto di quaranta carte: dall’Asso al Dieci per quattro semi (Spade, Bastoni, Coppe e Denari) e di sedici “figure” (Paggio, Cavaliere, Regina e Re per ciascuno dei quattro semi). L’insieme di queste carte si denomina “Arcani Minori”. A queste cinquantasei carte si aggiunge il mazzo dei ventidue “Arcani Maggiori” (dallo 0 del Matto al XXI del Mondo passando attraverso il Mago, gli Amanti, la Morte, il Diavolo e via dicendo). Nei mazzi fino a tutto l’Ottocento solo gli Arcani Maggiori ricevono una vera e propria espressione “figurativa” secondo un’iconografia abbastanza precisa nei suoi canoni. Gli Arcani Minori ripetono sostanzialmente la figurazione delle normali carte da gioco.

Opus diaboli

È proprio per via di questa natura ludica, di gioco, che i Tarocchi vengono subito condannati dalla Chiesa come un vizio – il vizio del gioco! Per non dire poi che i sistemi simbolici, quello dei Tarocchi come quello dello Zodiaco, sembrano riproporre un pantheon di Dei e questo non piace al monoteismo dominante.
Nei “Sermones de Ludo cum Aliis” del 1480, uno dei primissimi testi che documenta con figure l’esistenza in Italia del gioco dei Tarocchi, l’autore, un anonimo predicatore domenicano, li definisce “opus diaboli”.
E malgrado ci fosse chi, quasi un secolo più tardi, 157 un anonimo autore di un “Discorso perché fosse trovato il gioco del tarocco” attribuisse al Tarocco intenti opposti – avvicinarsi a Dio meditando sulle miserie della vita – quel primo marchio di infamia ha continuato in qualche modo a prevalere.

Cartomanzia popolare e Tarocco esoterico

La diffusione dei Tarocchi è caratterizzata perciò, successivamente, da una sorta di schizofrenia: da una parte una vasta cartomanzia al femminile, zingaresca e popolare, che attinge alla tradizione delle streghe e che viene osteggiata dalla cultura istituzionale come ciarlataneria e magia, dall’altra uno studio ed una valorizzazione degli arcani dei Tarocchi in ambiti di cultura raffinata e di ristretti gruppi esoterici prevalentemente maschili.

Nel 1781 l’archeologo francese Antoine Curt de Gobelin sostiene l’ipotesi che gli Arcani dei Tarocchi non sarebbero altro che le pagine del leggendario libro di Thot, il dio egizio della magia. Nel 1856 Eliphas Levi nel suo “Dogme et rituel de la Magie” critica questa tesi e le oppone quella dell’origine cabalistica dei Tarocchi. Con Levi prende piede l’attribuzione degli Arcani Maggiori ai “sentieri” che collegano tra di loro i vari centri dell’Albero della Vita cabalistico, i “sefiroth”.

Nel corso dell’800 e della prima metà del 900 l’uso iniziatico e magico dei Tarocchi si diffonde nei gruppi occultisti, soprattutto fra quelli di ispirazione massonica e rosacrociana. Ai nomi di due esponenti dell’inglese “Hermetic order of the Golden Dawn”, di derivazione rosacrociana, Arthur E. Waite e Aleister Crowley, sono legati due dei più bei mazzi di Tarocchi esistenti – il mazzo di Waite, appunto, e il mazzo di Crowley – profondamente innovativi rispetto ai tradizionali “Tarocchi Marsigliesi” e loro derivati, sia per grafica che per ricchezza simbolica.

I mazzi di Waite e di Crowley

    In questi mazzi non sono solo gli Arcani Maggiori a venire illustrati. Anche gli Arcani Minori diventano oggetto di una reinvenzione grafica e simbolica che li libera dall’astrattezza dell’icona tradizionale (più adatta ad una significazione fissa e rigida) e li soffonde di una vitalità ed un’apparente ‘concretezza’ che stimola la fantasia e libera l’immaginazione.

Il mazzo di Waite e quello di Crowley sono oggi tra i mazzi più diffusi nel mondo occidentale. Ironicamente i nomi delle due donne che hanno dipinto le carte – le artiste che hanno saputo render vive le carte dei Tarocchi alla sensibilità psichica ed estetica del Novecento ed oltre – sono raramente ricordati: Pamela Coleman Smith, che dipinse il mazzo di Waite coi colori della pittura “pre-elisabettiana” a partire dalla propria esperienza di scenografa e quindi pone il corpo e le sue posture al centro del messaggio, e Frieda Harris, la poliedrica artista-esoterista che lavorò per trent’anni al mazzo “di Crowley” producendo un’opera che sintetizza la tradizione esoterica occidentale e l’avanguardia estetica del Novecento dagli impressionisti, ai cubisti, agli espressionisti.

I Tarocchi e la Psicologia del profondo

Contemporaneamente, sempre nella prima metà del ‘900 la “Psicologia del profondo” di un ricercatore appassionato e spregiudicato come C.G. Jung ha consentito che i simboli dei Tarocchi e dello Zodiaco diventassero oggetto di studio in ambito psicanalitico, come appunto “archetipi” dell’Inconscio Collettivo da riconoscere nella psicopatologia e psicosomatica tanto quanto nei sogni, nelle mitologie, nelle fiabe.

Sorgono così – nella seconda metà del Novecento - un Tarocco e un’Astrologia “junghiani” diffusi soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra. Attraverso questi canali psicoanalitici e “laici”, i due sistemi simbolici diventano, a partire dagli anni Settanta, oggetto di ricerca e strumento terapeutico da parte di gruppi sempre più ampi di ricercatori e terapisti di impostazione psicosomatica e olistica.

Si assiste così alla nascita di una nuova sperimentazione e una nuova pratica dei Tarocchi sia a livello individuale che di gruppo. Mentre a Poona Prembodhi M. Montano introduce l’uso del mazzo di Waite nei gruppi di psicoterapia e nel lavoro sui sogni (il primo “Intuitive Tarot Group” è del 1978), a Parigi Jodorowski li pone alla base del proprio terapeutico poetico e teatrale.

 

    

 

 

 

 

 

 

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Prembodhi Mario Mont

Laureato in Italia in Filosofia, ha insegnato Sociologia e Psicologia Sociale a Clark University e ad Adelphi University negli anni settanta

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