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Danza Popolare

Danza popolare o danza etnica?

A cura di Simonetta Coja

Le due definizioni sembrerebbero riferirsi a due categorie diverse: la prima a danze esotiche, la seconda a danze appartenenti comunque alla cultura occidentale, ma distinte dalla danza colta (accademica, di teatro o di società) e legate ad una tradizione locale, popolare appunto.

Questa distinzione esiste da quando i trattatisti medievali, italiani e francesi per primi, nell'intento di nobilitare la danza ad uso delle classi dominanti e di sottrarla all'anatema della Chiesa, sostennero che essa è appunto un'arte nobile e non peccaminosa se praticata da nobili e con stile aulico, indegna, volgare e lasciva se praticata dai rozzi plebei. Sappiamo però che gli scambi fra i due livelli, quello aulico e quello plebeo, furono più frequenti in una direzione, e cioè che i maestri stessi si inspirarono e attinsero più largamente al repertorio popolare che non il contrario.

Gli ideali romantici e preromantici esaltarono il mito della natura, della vita semplice, del buon selvaggio e dell'esotismo. Nelle danze colte vennero quindi inseriti balli popolari come tali, detti "di carattere", ma sempre interpretati e di solito snaturati, perché attinti non direttamente e secondo modi e contesti autentici, ma secondo descrizioni di studiosi e viaggiatori.

Si pensava per lo più che le danze popolari fossero spontanee e improvvisate. In realtà i danzatori attingono da un repertorio codificato di passi, movenze, motivi musicali e convenzioni che essi possono assemblare in modo creativo, ma all'interno di un sistema preciso di regole, trasmesse oralmente, o meglio visivamente, dall'intera comunità. Ciò che si apprende è quindi soprattutto uno stile. Come per una lingua, si impara veramente bene solo da bambini e con la "full immersion" in un contesto tradizionale.

Ma la tradizione, ovviamente, non è statica e immutabile. Finché è viva, una danza si evolve, grazie al contributo di singoli ballerini o agli influssi esterni. Il problema sorge quando vengono meno le occasioni autentiche, sociali, di praticarla, e si vuole resuscitarla, a fini di spettacolo o di gruppo folkloristico. Le danze vengono allora, anche in buona fede, reinventate e spettacolarizzate.

Il fascismo, ad esempio, diede un grande impulso ai gruppi folkloristici e oggi le influenza lo stile coreografico televisivo. Spesso accade purtroppo di vedere grossi gruppi, splendidi costumi, balli coreografati complicatissimi, presentati così:" Questo è il ballo che i nostri genitori (o nonni) facevano la sera al ritorno dai campi…" Ora, osservando il ballo, si deduce che ai ballerini saranno occorsi mesi e mesi di prove settimanali per coordinare e memorizzare un tal numero di figure complesse, scambi e spostamenti in perfetta sincronia. Peccato che spesso abbiano perso perfino la nozione del passo originario, che ballino il saltarello come se fosse una polka, o che si spostino semplicemente avanti e indietro a passo di carica da bersaglieri. Però questi gruppi hanno molto successo nel proprio paese, dove costituiscono un orgoglio locale, e sono invitati all'estero dove diffondono una cultura nazionale di dubbia autenticità. Ovviamente non c'è nulla di male nell'inventare o nel rielaborare un ballo, basta dichiarare che lo si è fatto e non presentarlo come tradizionale.

Questo accade, come si è detto, quando si vuole estrapolare la danza tradizionale dal suo contesto autentico e farne esclusivamente uno spettacolo. Nella danza tradizionale, infatti, non esiste una distinzione fra esecutori e pubblico: tutta la comunità interviene, direttamente o indirettamente, approvando, incitando, accompagnando. Il ballo è un'occasione sociale di tutto il gruppo, risponde ad un rituale preciso e scandisce occasioni cruciali della vita individuale e sociale: le stagioni, le feste, la guerra, la malattia, la caccia, la propiziazione della fertilità, il corteggiamento, la morte. La comunità si stringe e si riconosce nel rituale, celebra la propria appartenza e le proprie relazioni con le forze della natura e soprannaturali. La danza e la musica sono un modo per comunicare e per esercitare il controllo. Le culture non industrializzate e non globalizzate, contadine o no, si reggono su un sistema di valori che fornisce un forte supporto anche psicologico, oltre che un controllo sociale. E' il caso di ricordare comunque che il livello di evoluzione tecnologica non corrisponde necessariamente alla complicazione e alla raffinatezza dell'interpretazione del mondo.

AS. Lomax tentò una comparazione transculturale della danza secondo una classificazione dei movimenti umani che riflettono la cultura e la struttura sociale del gruppo, le tecniche di produzione, il clima, la divisione sessuale. Individuò ad esempio un criterio spaziale (movimenti in direzione lineare nelle società più primitive dal punto di vista tecnologico, curvilineo nelle società del metallo, a spirale nelle società agricole basate sull'irrigazione, come nel sud-est asiatico); secondo l'atteggiamento del tronco (rigido con movimenti verticali nei climi freddi, dinoccolato nelle società agricole africane o tropicali).

Prima ancora di queste teorizzazioni, non da tutti accettate, era stata riconosciuta l'esistenza di codici stilistici dipendenti dai vari contesti culturali, e anche di varie scale musicali, non riconducibili alla nostra: basti pensare al modo lidio delle tammuriate, una scala composta di sole cinque note, sol, fa diesis, mi, re, do, o agli intervalli di ¼ di tono, non riproducibili sui nostri strumenti, ma usati in India e nel mondo arabo.

La conoscenza, e la pratica, della danza etnica o popolare, ci arricchiscono dal punto di vista culturale e spirituale. Attraverso la danza popolare si conoscono altri modi di essere, di sentire e di esprimersi e si sperimenta veramente come la musica sia l'unico modo di parlare insieme al corpo e alla mente.

La connessione fra suono e movimento, tramite la memoria corporea e il ritmo, produce un effetto ipnotico che può arrivare all'estasi (l'elevazione verso il dio) o alla trance (la possessione, la discesa del dio nell'uomo). Ma senza giungere a tanto, queste danze producono certamente energia, catarsi e armonia.

Simonetta Coja

Si interessa alla cultura e alle problematiche dei Rom e dei Sinti in Italia e ha lavorato con l'Opera Nomadi dal 1990 al 1997.

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