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Danza Popolare

La pizzica

A cura di Simonetta Coja

Il nome evoca il morso della tarantola, a cui questa tarantella è strettamente associata. In Puglia, in particolare nel Salento, essa è stata viva fino agli anni 50 di questo secolo anche come danza terapeutica, perpetuando così una tradizione antichissima in cui si fondevano la musica, il rito, la medicina e la magia. Fin dall'antichità la cura di molte malattie, in specie quelle nervose, era affidata al potere risanatore miracoloso della danza, frenetica e catartica, o addirittura di possessione. Il fenomeno era diffuso in tutta l'Italia centro-meridionale, ma era ed è presente in altre forme in molte altre zone del mondo.

Ernesto De Martino studiò il fenomeno quando ancora sopravviveva sporadicamente in Puglia, prima di scomparire ad opera della psichiatria, degli psicofarmaci, della televisione e della Chiesa. Il suo studio permise di escludere qualsiasi rapporto diretto fra il morso della tarantola e i sintomi del "tarantismo". E' vero che il morso del piccolo ragno può indurre tremori e stato di prostrazione, ma quasi nessuno dei tarantolati da lui studiati era stato effettivamente morso. Si trattava soprattutto di donne che più volte nella vita, e in genere all'approssimarsi della festa di San Paolo, il 28 giugno, venivano prese da un attacco, una vera e propria possessione, una sindrome fra la depressione e l'agitazione frenetica. Al suono della musica erano invase da un'irresistibile voglia di ballare: prima un tremore e un'agitarsi, poi un ballo vero e proprio, nella forma dell'unico ballo a loro noto, quello della festa, la tarantella.

Lo schema tipico era quindi prima il morso, vero o supposto, poi la malattia, con i suoi attacchi ricorrenti, e quindi la cura, che era un'invocazione della grazia e insieme uno sfogo del malessere. Le tarantate erano donne oppresse da una condizione di miseria e disagio, malate nell'animo più che nel corpo, che una volta all'anno, spesso per molti anni, potevano ricevere, grazie allo scatenarsi della "crisi", quelle cure e quell'attenzione che sempre erano loro mancate. Esprimevano il loro disagio, la sofferenza della frustrazione di una vita o addirittura una malattia psichica, che la scienza non sapeva curare altrimenti. Le famiglie, disperate per la disgrazia capitata loro, affrontavano grandi spese per pagare i musicisti che dovevano essere alloggiati e nutriti per diversi giorni.

Bisognava innanzi tutto individuare a quale melodia le tarantate, o i tarantati, reagivano; a quale colore (venivano presentati loro dei nastri o delle immagini colorate). «Ai ritmi ossessivi e incisivi dell'esecuzione strumentale risponde una danza all'inizio cosciente e composta , per poi avviarsi verso uno stato complessivo di semi-trance con sdoppiamento di personalità: la pizzicata alterna momenti di simbiosi coreutica col ragno (striscia per terra, si arrampica sui mobili, rotola sul pavimento) con altri di sentita avversione con la causa supposta del suo male (cerca affannosamente la bestia, mima lo schiacciamento, si agita, ecc.)» (Giuseppe Michele Gala, Choreola, n.9 anno 1993, ed. Taranta)

Così i tarantati venivano anche portati nella Cappella di San Paolo a Galatina, nel giorno della sua festa, dove si ripeteva il rito. «L'esorcismo musicale si ricollegava alla catartica musicale praticata in tutta la Grecia e teorizzata dal Pitagorismo che proprio in queste terre vide il suo giorno; le tarantate ricordavano menadi, baccanti, coribanti e quant'altro nel mondo antico partecipava a una vita religiosa percorsa dall'orgiasmo e dalla mania. La scena della cappella di Galatina si configurava pertanto come un rottame proprio di quel mondo contro cui Paolo di Tarso aveva così aspramente combattuto: unica testimonianza dell'influenza cristiana, in quella stessa scena l'apostolo delle genti era ardentemente invocato come Santo Paolo mio delle Tarante» (E. De Martino, La Terra del Rimorso, Il Saggiatore, Milano 1961).

Allo stesso modo anticamente, quando una fanciulla, sfinita da una vita di reclusa passata a tessere o nella faccende domestiche, presa da una crisi depressiva, si uccideva, ecco che altre la seguivano e la imitavano. Per scongiurare questo flagello si indiceva una festa, che era rito musicale ed esorcismo, musica, danza e medicina.

Ecco a titolo di esempio alcune frasi della versione cantata di una pizzica, in cui si alterna l'invocazione al santo con i temi erotici della pizzica, la forma non terapeutica della danza. Le frasi vengono combinate a piacimento e scandite con questo schema:

O Santo Paulo meu de le tarante
ca pizzichi li caruse ca pizzichi li caruse
ca pizzichi li caruse a miezzu l'anche
a miezzu l'anche a miezzu l'anche
ca pizzichi le caruse a miezzu l'anche

O Santo Polo meu de Galatina
fammela cuntentà sta signurina

Addò t'ha pizzicao la tarantella
sott'a lu giru giru de la vunnella

Pizzicarella mia pizzicarella
lu caminatu meu pare ca balla

Ammore ammore che m'hai fatto fare
a quindici anni m'hai fatto fuggire

 

Il ritmo è quello ternario della tarantella, scandito dal tamburello, l'unico strumento indispensabile. Gli altri possono essere il violino, l'organetto, la chitarra, o altri a seconda della disponibilità. Il principio della cura si basa sulla dicotomia fra lo scatenamento, l'esasperazione della crisi (la melodia scandita dal violino) e il controllo della crisi stessa (il ritmo ossessivo del tamburello).

Nel revival moderno ciò è andato perso, ma il ritmo trascina ancora ed entusiasma specialmente i giovani, che lo stanno riscoprendo. La forma della pizzica non terapeutica, o pizzica d'amore, è quella di un ballo di coppia, ma non esclusivamente fra un uomo e una donna. In questo caso è una danza di corteggiamento, in cui l'uomo cerca di avvicinarsi e di toccare la donna, ed essa sfugge ma invita allo stesso tempo. «la donna s'alluntana e l'omo cucchia» recita una delle strofe.

Se la coppia è formata da uomini la danza diventa ancora di più una sfida, un duello a passo di danza quasi come nella capoeira brasiliana, che spesso si svolgeva con il coltello in mano. I danzatori percuotono la terra con il piede, si girano intorno guardandosi, poi si allontanano e si avvicinano, ballando insieme senza toccarsi. E' un ballo molto faticoso, fatto per giovani abituati al lavoro nei campi, in cui era possibile mostrare la propria prestanza e resistenza fisica, oltre che la grazia e la leggerezza.

Simonetta Coja

Si interessa alla cultura e alle problematiche dei Rom e dei Sinti in Italia e ha lavorato con l'Opera Nomadi dal 1990 al 1997.

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