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Danza Popolare

La Tammuriata

A cura di Simonetta Coja

Nella zona intorno al Vesuvio sopravvive una danza tradizionale, eseguita da coppie di uomini o donne o miste che ha uno spiccato carattere religioso e, paradossalmente, erotico. Si tratta quindi di una sopravvivenza di un rito pagano e come tale, ancor oggi osteggiato dalla Chiesa. E' infatti in occasione delle feste in onore della Madonna che si suona, si canta e si balla fuori dai santuari, intonando di volta in volta le litanie e le strofe dal significato osceno. Tutto questo in una danza estremamente suggestiva, semplice ma allo stesso modo difficile nello stile di esecuzione.

Si è voluto ritrovare nell'antica iconografia greca e romana un parallelo per quanto riguarda il grande tamburo a cornice impiegato e il modo di suonarlo, o anche le movenze delle danzatrici. Lo strumento di base è la tammorra, grande tamburo a sonagli, accompagnato dalla voce. Il cantatore si mette vicino al suonatore e canta “dentro” il tamburo, che in questo modo diventa una sorta di amplificatore. A questi due elementi si possono aggiungere poi molti altri strumenti, classici o inventati dall'ingegnosità napoletana: la chitarra, l'organetto ma soprattutto il putipù, tamburo ricavato spesso da una latta di pomodoro, con infisso un bastoncino che viene sfregato e produce una sorta di rimbombo (anche questo ha un chiaro significato erotico, tanto che le donne evitano di suonarlo); le castagnette, nacchere tozze suonate dai danzatori; la tromba degli zingari o scacciapensieri; il sisco o flautino; il flauto doppio; la ciaramella; il triccaballacche, fatto da due martelli che si battono contro uno centrale e corredato da sonagli, la raganella, lo scetavaiasse (lo svegliaputtane), un'asta su cui vengono infilati ogni sorta di oggetti metallici, come ad esempio sonagli di biciclette, e altri tamburelli e sonagli. Tutti questi strumenti possono costituire un arricchimento o una variazione, dello schema base tamburo-voce-castagnette.

La melodia è cantata secondo il modo lidio, usando quindi note e intervalli diversi dalla nostra classica scala musicale e il ritmo scandito dal tamburo è essenzialmente binario. All'inizio si eseguono spesso le “fronne” o fronde, dalla più tipica che inizia con “fronn'e limoneeee...” E' un canto a distesa, senza tamburo, che si presta particolarmente al dialogo ed era quindi usato per le comunicazioni fra carcerati o con l'esterno.

E' molto difficile fare una descrizione della danza: la coppia si muove con piccoli passi laterali, o avanti e indietro, avvicinandosi e allontanandosi o spostandosi insieme. Essenziale è il movimento delle braccia, più di quello dei piedi. Esse vanno tenute alte e si muovono ritmicamente suonando le castagnette e segnando il ritmo ma anche individuando lo spazio e la relazione con il partner. Alla fine di alcune strofe il cantante allunga l'ultima sillaba, il suonatore scandisce diversamente il ritmo e i danzatori eseguono la “votata”, o giro, saltando o compiendo varie figure.

Le figure della danza, ma anche il modo di tenere le braccia, la postura in generale e lo stile variano secondo le zone geografiche. Particolare ad esempio è la tammuriata di Giuliano eseguita da tamburo e flautino e danzata con uno stile che si differenzia in modo notevole dagli altri. Comunque i suonatori e i ballerini hanno a disposizione un repertorio di frasi musicali, di passi e di figure che possono ripetere o variare all'infinito, ma sempre nel rispetto dei modi fissati. Non si potrà quindi inserire figure tipiche di Giuliano in una tammuriata di Terzigno.

La questione ora è questa: chi balla ancora le tammuriate? Gli anziani sono, al solito i depositari di una tradizione che fa un tutt'uno della festa religiosa e di quella pagana, dell'omaggio alla madonna col canto, la musica e il ballo. Alcuni giovani, specie nella zona di Giuliano, la sentono ancora come propria, la praticano e ne sono fieri. Ci sono i giovani, di Napoli specialmente, che hanno operato una specie di “contaminatio” dei vari stili facendone una specie di spettacolo da villaggio globale. Ci sono poi purtroppo i forestieri, amanti di folklore e di tradizione ma di essi non altrettanto rispettosi, che si sono impossessati delle feste religiose, calando in massa con strumenti musicali eterogenei e quasi estromettendo gli autoctoni, imbastardendo e involgarendo una tradizione che rischia di scomparire per essere diventata troppo nota e popolare.

Simonetta Coja

Si interessa alla cultura e alle problematiche dei Rom e dei Sinti in Italia e ha lavorato con l'Opera Nomadi dal 1990 al 1997.

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