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Danza Popolare

La tarantella

A cura di Simonetta Coja

La tarantella è senz'altro la più famosa delle danze popolari italiane. Il suo nome ricorda la tarantola, il piccolo ragno che si riteneva causasse tremiti e movimenti convulsi simili al parossismo del ballo. Ernesto De Martino, nel suo fondamentale testo "La terra del rimorso", cita il napoletano Alessandro d'Alessandro che, percorrendo la Puglia ai primi del 400 riferisce di una associazione fra il ragno e la danza, cioè del modo in cui i tarantolati, coloro che venivano morsi dalla tarantola, erano curati con la musica e con la danza. De Martino studiò il fenomeno della tarantella pugliese o pizzica, ma si può ritenere che una forma di terapia associata alla danza fosse comune a tutta l'area di diffusione della tarantella. 

Si tratta infatti di un ritmo vivace e trascinante, che affascinò i viaggiatori stranieri e i musicisti colti, i quali la introdussero in numerose opere. Questa tarantella letteraria è stata però snaturata del suo carattere originario: la sua scansione nei quattro tempi non è più ternaria, (/---), ma binaria (/-/-). Questa semplificazione la impoverisce e la banalizza.

La tarantella più letteraria, e purtroppo del tutto scomparsa almeno dagli anni 50, è quella napoletana. Secondo R. de Simone essa perse il suo carattere terapeutico e liturgico già nel seicento, e lo conservò nelle campagne circostanti. Nel settecento essa confluì nel repertorio dei cantastorie e nell'ottocento divenne danza folkloristica e di carattere. Sempre secondo de Simone, Abele de Blasio, fondatore dell'Ufficio Antropometrico della Regia

Questura di Napoli, nel suo volume "L'imbrecciata o nel paese della Camorra" (1901), associa la tarantella alle danze orgiastiche dei popoli primitivi per il suo carattere di danza erotica e di possessione. Egli la divide in semprice, cioè ballata da sole donne nelle quali il ritmo stimolava l'invasamento, e cumpricata, , una danza di accoppiamento rituale, la prima di derivazione liturgica e l'altra profana.
Si può cercare di ricostruire la tarantella napoletana dall'iconografia o da alcuni passi di una sua sottospecie, la tammuriata o ballo sul tamburo.

Nelle scene in cui compaiono solo strumenti a percussione, si tratta probabilmente di una tammuriata, mentre la tarantella era generalmente accompagnata dal calascione, una sorta di liuto da suonare con il plettro e che permetteva l'esecuzione di musiche con quarti di tono, o dalla triobbola o tiorba, un liuto dotato di corde supplementari che avevano funzione di accompagnamento, oltre che dalle castagnette suonate dai danzatori.

Questi erano spesso scalzi, il che avrebbe una valenza rituale, come il tenere in mano un fazzoletto, ma nella tarantella profana ciò assume un significato erotico. E' da notare però che mentre la tarantella era tipica di Napoli, la tammuriata era definita u' ball 're campagnuole, e infatti è sopravvissuta nell'area circumvesuviana. La tarantella poi si differenzia nettamente dalla tammuriata per il suo ritmo ternario, mentre la tammuriata ha un ritmo binario o quaternio.
La tarantella è scomparsa a Napoli da molti decenni ma sopravvive in Irpinia in forma processionale o circolare e secondo un ritmo del tutto particolare che merita una trattazione speciale. Secondo R. de Simone, la tarantella aveva le seguenti funzioni rappresentative:

    1. danza di un'azione mitica di un personaggio (vecchia di Carnevale, pazzariello)
    2. danza di possessione associata al morso della tarantola
    3. ballo processionale associato al Carnevale
    4. danza di guerra o agonistica
    5. danza di incatenamento trenodico e augurale

Si tratterebbe quindi sempre di rappresentazioni rituali sempre avulse dal quotidiano, anzi referenti a ciò che il quotidiano nega, reprime e non permette.

Sempre secondo De Simone, sopravvivevano fino all'ultimo dopoguerra forme di tarantella proibita, cioè lasciva, sia fra donne o femminielli, sia mista, eseguite di nascosto nei quartieri più poveri e malfamati della città.

Simonetta Coja

Si interessa alla cultura e alle problematiche dei Rom e dei Sinti in Italia e ha lavorato con l'Opera Nomadi dal 1990 al 1997.

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