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Suggestioni

Sempre sui testi dei Marlene Kuntz

A cura di Monia Balsamello

Il vile - (“Il Vile”-1996)

Testo di Cristiano Godano

Il vile

Contano di più centomila modi sfigati di tessere?
E contano di più anche se la rosa dei modi è un quarto di tre?
Io sono ordito, trama e stoffa: seta!
Che cosa credi? Seta! Setaaa-a-a-a-a!!!
 
Ohh, dimmi cos'è che non va
Sento la vita volare, è un soffio finire tutto così
senza riuscire a capire
 
Onorate il vile
 
Colpa dove sei? Vedo la spina e il dolore che vibrano
Tacere, sai, dopo trent'anni è la cosa più semplice
Eppure sono ordito, trama e stoffa: seta!
(Bruciate i fili) Seta! Setaaa-a-a-a-a!!!
Capire cosa non va
C'è da lasciare al fuoco le maschere
La seta non puoi altro che amare,
baciare, lambire, sfiorare
 
Onorate il vile
 
Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore
Ma è così dura, credi, e sento che non lo so fare
Non lo so fare

Colgo a volte nei testi di Marlene una sorta di luce improvvisa che arriva di proposito ad illuminare anche le sensazioni più laceranti. Questo chiarore mi è giunto anche qui, datomi dall'immagine della seta e del suo lucido brillare. Ho riflettuto varie volte su chi o cosa fosse "seta" ... la mia conclusione è che sia una metafora per indicare come si autoconcepisce il soggetto degli accadimenti.

Si inizia con una strofa di quattro versi che rappresenta quasi il seguito di una ponderazione precedente, omessa volutamente... chi scrive sta forse rispondendo in modo retorico ad una considerazione troppo superficiale fatta da qualcuno (e non so individuare pienamente questo qualcuno, non lo so colorare di una natura femminile o maschile, mi sembra più un "Tu" generico e riferito a tutti coloro che hanno espresso quell'idea omessa all'inizio e dalla quale scaturiscono le due domande). Dunque, ironicamente si chiede se davvero siano più validi vari e tanti modi "sfigati" di ordire (sfigati = sfortunati negli esiti, quasi ne nascessero tessuti di poco pregio nonostante gli sforzi; per tessere intendo anche il macchinare imbrogli di persone senza scrupoli o rimorsi) sono più validi, dicevo, anche se le modalità di comportamento comunemente accettate sono incomplete. Mancano cioè di una parte importantissima costituita dalla bellezza, dal valore e dal rispetto.
Mi spiego, ho inteso la "rosa dei modi " come ventaglio completo di atteggiamenti umani ed il "quarto di tre" come appunto legato a 3/4, frazione che è quasi l'intero ma non arriva poi ad esserlo, come se mancasse appunto l' 1/4 che è fondamentale. Quel quarto è la parte più difficile da realizzare perché spesso si scontra con la viltà. Solo che io per viltà non intendo codardia, ma l'eccessivo timore reverenziale nei confronti della vita, una lieve impotenza.

La risposta che il soggetto spara, per controbattere a ciò, è il suo essere e sentirsi "SETA". Rammento come nasce la seta: un piccolo baco forma i bozzoli con pazienza e crea qualcosa che formerà un tessuto estremamente piacevole al tatto ed alla vista, prezioso. E c'è un collegamento proprio con il quarto di tre: infatti si dice

Io sono ordito, trama e stoffa: seta!

I primi tre elementi (ordito/trama/stoffa) sono quelli (i 3/4) necessari a realizzare l'ultimo, che è l'esito, il completamento ovvero la SETA , il quarto che manca agli altri modi sfigati di tessere. Non leggo presunzione in questo dire.

La seconda strofa si lega a mio avviso ad "Onorate il vile".
Dal molteplice ordire che avviene attorno e che spesso non ottiene quel quarto, nasce l'incapacità di comprendere appieno lo scorrere della vita, perché tramare ha creato inevitabilmente confusione.

Alla fine dal "Tu" si passa al "Voi" e "Voi" sono le persone che cercano quela quarto. Non si sta dicendo "Celebrate la vigliaccheria" ma anzi "Esaltate, glorificate e riverite colui che con umiltà sa porsi in contemplazione della vita e degli arcobaleni umani, della SETA (e non sto pensando ad un delirio d'onnipotenza di chi scrive ), colui che di fronte a tanta complessità riconosce a volte la propria miseria e bassezza, il proprio gracile ed esile spessore".
E come accade al baco da seta, questa gracilità porterà a volte ad esiti sottili, morbidi, vellutati... carezze.

E chi questo non ha colto e questa lievità non possiede ed anzi ordisce trame sfigate (con il senso di cui sopra), dove ha messo il suo senso di colpa? E soprattutto, prova un senso di colpa? È molto semplice tacere l'indignazione, specie dopo una data ritenuta da molti l'ingresso alla vita adulta, alla consapevolezza di sé, quando dovremmo tutti sentirci sistemati e quieti perché ORMAI il dire è solo fine a sé stesso, non ha più senso ....... i trent'anni......molti lo fanno.

EPPURE .... il soggetto è SETA e lo sa , da qui il non tacere.

Ed allora non resta altro al "Tu" che bruciare i filamenti della fibra tessile, distruggendo il paziente lavoro del piccolo esserino riuscito con l'umiltà del vile, appunto, a costruire uno splendore.
Ed invece come bisognerebbe porsi di fronte alla seta?
Abbandonando trame fasulle, "maschere" che è meglio siano bruciate (ecco che vengano bruciate quelle invece che i fili del baco), e restando lievi, delicati nel nostro avvicinarci.
Perché la seta non ha la sfacciataggine cruda del Loden o la corposità tangibile della lana grezza: è delicata, soffice, piacevole al tatto ed intensa nell'effetto..... come il soggetto in questione. Forse, per questa sua natura, non avrà lo spessore necessario per penetrare il cuore del "Tu". Un "Tu" troppo legato ad altri tipi di tessuti e trame.
Per farlo magari occorrerebbe un maggior impatto ...mentre la seta può solo carezzare e sfiorare.

E si percepiscono rammarico e tristezza per questo.

Notte (“Senza peso”-2003)

Testo di Cristiano Godano

Se incontro un uomo che parla di se stesso e di un amore e lo fa nel buio notturno del ricordo, accade che io pensi alle mille notti di pensieri e scelte che capitano attorno a me, in mille altre stanze o spazi che ignoro, nel baccanale di un mondo di persone a me sorelle benché sconosciute e mai incontrate.
La notte ci accomuna.
Nell'arco d'ogni nostra giornata esiste una dimensione temporale inclemente e vera. Vivibile appieno solo quando la nostra coscienza è vigile. Accadono cose, in quelle ore, che il giorno non conosce. Ogni senso si amplifica senza scuse, tutto riappare come non vorremmo vederlo, abili come siamo stati a mascherarlo nel daffare diurno. È la notte... e di notte non hai scampo. Alcun soccorso esterno o violazione di salvezza.
Dentro al buio ogni pensiero si dilata, sembra accogliere tutto, poter contenere ciò che allontanavi con forza... Il buio mangia il fiato, è panico d'aria quando cerchi soluzioni, è l'attimo in cui finalmente senti il reale battito del cuore e non credevi fosse così forte.
Di notte ricordi te e le volte che ti sei tradito. E tornano le persone che hai perduto, per colpa o casualità, per assenza di coraggio o di costanza e perché, a volte, la bellezza non la riconosci in tempo e lei scompare.
Di notte, puoi anche dispiacerti di parlare ancora di una storia... senza però poterne fare a meno.. E se accade che io incontri quella storia e la viva di rimando, allora la sommo ai miei ricordi e comprendo che d'amore si può solo raccontare qualche sprazzo e confrontarlo...

"Mi dispiace veramente
che sono ancora qui a parlare di noi,
ma è il mio modo di espiare
colpe a cui non sono date alternative valide...
E c'è la notte che
mi conturba con tutta la sua intimità...
Questo fa con te?
"

Un uomo col suo affetto. Un uomo che riscopre come notte possa essere sorella. Un uomo che se parla, ha parole cui attaccarsi per tentare di capire. E allora dice, ne dice continuamente e se le trova, cerca di dar loro una destinazione, in un dialogo che annulla geografie, mentre quell'affetto manca di presenza e non si vede. Parla per toccarsi dentro l'anima e, semmai, sperare che a sua volta Lei possa arrivare dove è lui, a dirgli se ha compreso, a dirgli cosa c'è dopo quel "Noi".
L'amore ha il vizio di restare: richiede così tanto da donare che al momento del saluto non vuole scomparire, impregna il circostante, riappare quando credi d'essere già altrove. Non c'è "ultimo" di nulla, non c'è fine anche quando, per mille vie di vita, il resto ha preso il sopravvento... E se di notte cedi, allora ne approfitta e ti richiama, vortica come può per non lasciarti e non ti resta che parlare..
Come glielo spieghi all'amore che sei esausto e devi prima sopravvivere perché i giorni tornino normali, che se continua ad abitarti non c'è scampo di dimora, come glielo dici che così non ce la fai e che non può vestirsi ogni sera col volto di Lei, perché poi come fai a smettere di chiamarla a smettere di volerla vicina a smettere di?

"Prima, come una folata
ti ha segnata con le lacrime:
era l'ira minacciosa che soffiava
dalle nostre bocche
amare e stupide.
E la notte ti preserva
dalla mia intimità,
ma chissà se ti riserva
il desiderio e la paura della bontà
come fa con me....
"

Perché ti amavo: e allora il bene era tutto quello che poteva essere...e a volte, quando ami, accade che lo dici nel modo peggiore che potevi, perché se fosse chiaro e limpido non sarebbe amore, perché non sempre quando impazzisci dentro sai aspettare.
Perché mi amavi: e come me non sapevi che la rabbia veste spesso ogni dolore e si frappone alla voglia di capire e cedere d'un passo. Perché se tu potessi, torneresti mille volte al punto che seguiva... quello dopo la rivalsa, quello quando rimaneva solo lo sguardo a dire il vero. Perché se tu volessi, d'un tratto sparirebbe il paravento dell'offesa e tutto suonerebbe come deve, nel solo modo che si può ascoltare...

"...Eri così bella nella tua complicità,
l'anima gemella della mia felicità.
Ero io così per te.
Ma l'incantesimo
la mia bacchetta l'ha spezzato poco a poco...
"

Come in un valzer di colpe e di se. Un uomo ci ripensa e trova ciò che già possedeva: la parola che chiariva. E la sapeva, la sapeva bene anche quando fingeva di scordarla e la sostituiva con altre sbagliate, con quelle che la bocca non dovrebbe dire. Perché l'amore è l'equilibrio di due che sanno aspettarsi anche nell'ascolto, due che se uno cede e si perde, l'altro s'acquieta e non scompare...
E come fa un uomo a dirlo se gli resta solo lo spazio del notturno? Come lo spiega che ha capito ma che il tempo non gli dona il modo di tornare? Come si trasforma la notte in giorno per tentare di nuovo quella via?

"Ti dispiacerà per sempre
che ero ancora lì a parlare di noi?
Ma mi son messo a camminare
e confido che qualcosa, prima o poi,
mi distrarrà: c'è la nebbia e il suo biancore..
c'è un ubriaco da sorreggere...
Io vorrei solo scoprire
se anche tu hai delle colpe che
non puoi eludere.
E la notte ti preserva
dalla mia intimità,
ma si insinua lentamente
tra i velami della mia sensibilità:
questo fa con me
"...

Ponte ed ostacolo, tramite e fine. Questa notte si rivela oltre l'illusione che crea: non arriverà pacificazione, non condurrà le parole verso chi le aspettava, in uno scarto temporale in cui il presente doveva tramutarsi nel passato e concedere rimedi. Arrossire, palpitare ancora, dirle che c'era nei giorni dell'amore, che forse ci si poteva ancora salvare.... Ma forse è solo un trucco del buio: forse ci sono parole che sanno solo scrivere se stesse senza trovare alcuna voce che le dica. Mentre l'amore va detto e difeso, va tentato di continuo e mai creduto eterno.... C'è un per sempre che esiste davvero, ma chiede coraggio e costanza, scoperta ed appoggio. Un'arresa di vita non gli appartiene...

"...Ero così bello nella mia complicità
l'anima gemella della tua felicità.
Eri tu così per me.
Ma l'incantesimo
la tua bacchetta l'ha spezzato poco a poco..."
Eri tu così per me
ero io così per te
eravamo l'un per l'altra incorruttibili
eri tu così per me
ero io così per te
ma l'incantesimo si è spento poco a poco
"....

Se un verbo al passato racconta l'esito imperfetto del "Noi", la notte l'ha voluto riscoprire, elaborare e forse risolvere in altro modo. Ma non si può. Non c'è salvezza quando ci si arrende. Non c'è cordoglio che tenga o che aiuti.
"Ero" vuol dire aver perso, "Eri" significa averti lasciato.

In quest'uomo, tutti gli uomini... almeno una volta nella vita.
Questa notte... come mille altri notti di storie che non conosceremo.
In me che leggevo, ogni altra me che ha vissuto l'abbandono.

Monia Balsamello

Nata a Vinci, vicino Firenze, nel 1974, è un’anima che sfrigola tra la legge e la letteratura, la prima studiata presso l’ateneo fiorentino...

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