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Tantra

Dio come sforzo e stupore nel Tantra

A cura di Antonio Sbisà

Gnoli ricorda due sutra che rivelano l’essenza dell’insegnamento: ‘Il tremendo (Siva nella sua ipostasi terrifica di Bhairava) è sforzo», quindi, ‘Dio è sforzo’, e: «Gli stadi della meditazione yoghica sono stupore», Dio e la formazione sono stupore.

“Il primo contiene già in embrione il concetto dell'io, del pensiero pensante come sforzo, tensione, movimento, ricerca, elaborato dalla posteriore scuola del Riconoscimento. Nel secondo troviamo adombrato il concetto di camatkara o dell'esperienza religiosa ed estetica come una gustazione meravigliosa, stupefacente - meraviglia e stupore davanti alla rottura del mondo empirico ed alla intrusione improvvisa di un'altra dimensione della realtà — che fa il suo definitivo ingresso nel pensiero dell'India con Utpaladeva ed Abhinavagupta“.

Possiamo subito iniziare a seguire il movimento interiore delle nostre convinzioni. Siamo abituati a concepire il divino come sforzo, tensione, movimento, ricerca? Non direi, per la versione comune del cristianesimo Dio è l’essere perfettissimo, una totalità misteriosa, infinita, ma in qualche modo compiuta. E’ così anche per noi? La concezione cristiana tende a proporre-imporre credenze e dogmi, ma ammette anche due aspetti che da soli, per coerenza, scioglierebbero i dogmi. Dio è infinito ed è mistero, anche per i cristiani. Ma il punto fondamentale, che poi giustifica i dogmi e le morali repressive…quale può essere, secondo voi? Il cristianesimo distingue fra Dio e le creature, ed il mondo; siamo nella realtà ‘duale’: Dio crea qualcosa che è separato da Lui. La realtà creata ha bisogno di essere controllata, e Dio è la perfezione cui guardare. Gli aspetti del mistero e dell’infinito in qualche modo non ci riguardano, per paradosso: possiamo contemplarli, possiamo esserne stimolati nel perfezionamento dell’essere, ma non siamo ‘noi’, il mistero e l’infinito! Ci sono state recentemente delle interpretazioni, per cui gli uomini partecipano ad una creazione che si inizia a comprendere in modo dinamico: la realtà come creazione permanente. Ma rimane il fatto che non siamo Dio! Non si muove Dio, si muove la creazione; e noi potremmo partecipare a questo flusso, ma mai penetrare nell’intimità stessa del divino, mai ‘essere Dio’.

Consideriamo il secondo concetto, l’esperienza religiosa come meraviglia e stupore. Viviamo noi questa esperienza della meraviglia e dello stupore? Effettivamente anche nel cristianesimo abbiamo le esperienze mistiche che comportano aspetti di meraviglia-ebbrezza. Ma, nella nostra quotidianità, viviamo il divino come meraviglia e stupore? Possiamo viverla forse, sappiamo vagamente qualcosa, anche per il cristiano è possibile la meraviglia, no? Direi di no, se il cristiano rimane cristiano e quindi vive nella differenza fra Dio, l’uomo ed il mondo. La meraviglia e lo stupore di cui parliamo qui, riguardano la realtà della non-dualità. Ma possibile che concetti filosofici astratti implichino delle differenze radicali dei modi di vivere e di sentire? Sì! Seguendo l’innamoramento del divino.
Il mondo, la molteplicità, non è altro che l'espressione di Siva, il quale si attua e realizza nella pienezza della sua libertà proprio attraverso la molteplicità stessa. Tutto quello che vediamo intorno a noi, noi stessi, non siamo altro che Siva, e compito del devoto è riconoscersi per tale.

“Le Spanda Karika sono in questo senso le stanze del movimento. Secondo Vasugupta ed il suo discepolo Kallata, la realtà ultima delle cose non è immota e cristallina coscienza — essere intelligenza beatitudine — come volevano le scuole del Vedànta, ma movimento, energia, forza incessante, non segregata dal mondo ma piuttosto principio attivo, fonte delle innumerevoli creazioni e dissoluzioni, cosmiche ed individuali“.

Bene, riportiamo a noi: quale delle due definizioni preferiamo? Quale delle due soddisfa il nostro bisogno di sicurezza, e perché? Quale delle due soddisfa il nostro desiderio di creatività, e perché? Quali altre emozioni ci suscitano? Pensiamo e sentiamo dal punto di vista della nostra persona. Ma poi aggiungiamo alla riflessione l’esperienza dell’essere noi divini. Quale dio preferiamo essere-diventare? Una coscienza immobile separata, o un principio attivo di energia-movimento, e perché?

Gnoli accenna ad una caratteristica di queste teorie, la differenza fra l’aspetto teoretico e filosofico e l’aspetto religioso e devozionale. Vengono vissute come due vie parallele. Si parla di ‘movimento e vibrazione’ nel momento teoretico, si parla di Siva-Dio, nel momento religioso. Un’altra caratteristica particolare riguarda la compresenza fra una definizione universale ed il collegamento con il nostro funzionamento. E’ proprio questo collegamento che permette l’esperienza diretta da parte del devoto, del ricercatore, dello yogin.

“Questo movimento si identifica colla coscienza, col sé, è la stessa forza del sé, da cui tutto dipende e su cui tutto riposa. Non identificabile in nessun pensiero — esso sarebbe automaticamente pensato, dunque morto, limitato — lo spanda è piuttosto il principio dove nasce e dove insieme si spegne questo o quel pensiero, il punto di connessione ideale, mai pensato, ma pensante, che collega due pensieri, due immagini tra loro. «Quella realtà» dice Kallata «dalla quale, mentre uno è mentalmente tutto occupato su di un dato oggetto, nasce improvvisamente un altro pensiero, è, secondo noi, lo schiudersi, la causa del pensiero stesso. Tale realtà, sennonché, deve essere scorta dallo yogin da se stesso, sperimentata come quella che pervade interiormente due pensieri»“.

“Questa realtà del movimento o dell'energia — la quale è la stessa forza dell'io, che tutto brucia e dissolve — ci si ha nei momenti di più forte sentimento e emozione, nella paura, nella gioia, nell'amore però sempre, qui nel piano del relativo e del mayico, dal contatto con i sensi, colla mente, col respiro, col corpo. Questa realtà, in altre parole, non la cogliamo nella sua forma originale, ma attraverso lo schermo del sensibile e delle potenze offuscatrici dell'io puro, che creano e sorreggono il mondo sensibile. Loyogin che vuole raggiungere, sorprendere questa realtà nella sua purezza, deve quindi riuscire a tacitare la scossa o perturbazione (kso-bhà) «egoica» — dell'io limitato, individuato nel corpo, ecc.“.

Come dire, nel nostro linguaggio semplificato, che per percepire e sentire la coscienza divina universale che noi stessi siamo, occorre ‘diminuire’ la percezione dell’essere limitati, condizionati dall’ego. Occorre diminuire l’altra parte della coscienza, legata all’essere un individuo apparentemente separato dal tutto. Lo yogin è invitato a ‘bloccare’ i pensieri, a contenere dentro di sé la sua energia, a fermare il pensiero discorsivo. Realizzata una forma di vuoto mentale, si può cogliere la realtà divina direttamente nella sua purezza.

“Non più il «movimento» nelle sue manifestazioni particolari, ma il «movimento» nella sua totalità, che, in base al principio fondamentale che «l'ignoranza è il mezzo della conoscenza», brilla e si afferma proprio mediante i vari movimenti, sentimenti, emozioni, ecc., particolari, di per se stessi óffuscatori. La realtà psichica, la realtà in generale, ha sempre due facce e gli stessi sentimenti o potenze dell'anima che ci offuscano e legano maggiormente al sensibile, sono anche strumento di illuminazione e liberazione“.

(cfr. Antonio Sbisà, L’ebbrezza amorosa, Edizioni Mediterranee; corsi online ErbaSacra: Formazione affettiva e sessuale, Crescita personale)

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Antonio Sbisà

Ricercatore spirituale e docente universitario di scienze della formazione

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