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Contributi Psicologici

Il linguaggio del sogno

A cura di Antonietta D’Angicco

E’ esperienza comune che quando ricordiamo un sogno - sia appena svegli che durante flash diurni - esso ci appare come una serie di quadri, scene di un film nel quale si verificano, per motivi che ci appaiono incomprensibili, dei cambiamenti di scena che, per la logica di una persona pensante da sveglia, sono frequentemente privi di ogni spiegazione plausibile. Tali quadri vengono organizzati in un “racconto” solo dopo, in obbedienza all’esigenza di uno sviluppo continuo, un tessuto che in realtà era assente prima della verbalizzazione.

Anche i film del cinematografo presentano una simile discontinuità, ma il regista usa le sue conoscenze e abilità retoriche per far emergere le analogie, per alludere alle continuità implicite tra un episodio e l’altro o per lasciare deliberatamente in sospeso l’univocità del senso della storia chiamando lo spettatore a collaborare alla definizione di vari sensi possibili. E’ il gioco di co-costruzione di significati di cui parla Umberto Eco in “Lector in fabula”. Nel film, e non solo nel thriller, è proprio l’intreccio tra episodi spesso collocati su archi temporali che oscillano tra passato e presente (flashback), e quello tra figure e personaggi che confluiscono pian piano nel “puzzle” che crea l’interesse e avvince lo spettatore; il quale finisce con l’essere in uno stato di trance e di parziale o totale identificazione con le figure che l’autore lascia agire nello scenario che ha creato. La cosa che sorprende è che il regista del film-sogno, non se ne riconosce come l’autore: di qui il senso di “straniamento” che si prova non solo rispetto ai personaggi, alle immagini e alle storie che popolano il sogno, ma anche rispetto al sé che agisce nel sogno e/o che fa da spettatore nello stesso. E’ come se la cosa non lo riguardasse, se non fosse per il fatto che il sogno lo ha sognato proprio lui. Colui che sogna, in quest’esperienza che può senz’altro essere definita di carattere allucinatorio, non è consapevole della non-realtà delle immagini e delle sensazioni a cui è esposto.

Nel sogno le modalità di pensiero di tipo linguistico, cioè legate ai processi della logica formale – i cosiddetti “processi secondari” – sono presenti in modo discontinuo e accessorio, mentre appare dominante l’esperienza di attività percettive più legate al “processo primario” per le “caratteristiche immaginative” e per la “logica” che lega fatti, personaggi, sensazioni, riflessioni: il sogno solitamente si articola su tutte le modalità sensoriali - vista, udito, tatto, olfatto, gusto, cenestesia – ma è il registro visivo quello che è prevalente. Nella vita da svegli, invece, almeno quando siamo coscienti, viviamo per lo più l’esperienza di pensare per concetti. Ma le parole e i concetti non esauriscono la nostra attività di pensiero nemmeno nello stato di veglia.

Noi tutti alla nascita cominciamo a pensare per immagini: queste sono legate alle sensazioni, ed è a partire da lì che impariamo a rappresentarci oggetti anche quando essi non sono più presenti al nostro campo percettivo; poi, è giocando con le immagini che impariamo ad archiviare informazioni classificandole in categorie e, infine, a comprendere ed usare il linguaggio. Le immagini interne di ciascuno sono inequivocabilmente legate agli apprendimenti percettivi ed è difficile sostenere oggi che la “res cogitans” e la “res extensa” di cartesiana memoria - che appaiono come due aspetti dello stesso percorso evolutivo - siano cose parallele e di natura completamente diversa. La stessa consapevolezza è un processo mentale che si basa su immagini che nella mente che non hanno inevitabilmente la forma di concetti o di simboli. Di ciò il mondo dei sogni ci dà testimonianze continue attraverso gli elementi delle scene che ci lasciano di volta in volta beati, stupefatti o spaventati.

Sul piano psicologico, allora, il funzionamento del pensiero durante l’attività mentale da cui scaturisce il sogno, che è popolato prevalentemente di immagini e di emozioni e sensazioni di rara intensità, sembra rimandarci ad una “fase arcaica“ della nostra storia individuale e, se si riconosce che alcune immagini comuni a tanti popoli sono inspiegabili con l’apprendimento individuale, anche ad una fase arcaica della storia dell’umanità. Non è raro, infatti, che nei sogni compaiano motivi tipici che si ritrovano in miti, testi sacri, leggende, costruzioni artistiche (eroi, vecchi saggi, imago della madre e del padre,…) e che, con Jung, possiamo chiamare archetipi perché in essi è possibile rintracciare significati che vanno al di là del personale, in una dimensione evidentemente transpersonale. Sicché si può dire che quello del sogno è un modo di pensare che certamente è più vicino al mondo istintuale e biologico della personalità. Lo stesso funzionamento sembra, tra l’altro, caratterizzare l’esperienza umana in alcuni stati particolari, stati modificati di coscienza, come avviene ad esempio nel rapimento estetico, nell’assorbimento meditativo, nella contemplazione religiosa, e così via.
 

Il linguaggio “figurativo” del sogno fa un uso privilegiato di metafore e simboli che hanno una potenza di coinvolgimento la quale oltrepassa di gran lunga la spiegazione in parole: una cosa è pensare di sé e dirsi “ Io sono incapace di liberarmi del passato e di fare i cambiamenti che mi occorrono per il futuro” - cosa che può essere fatta anche con un certo distacco emotivo - un’altra è vedersi mentre si corre avanti e indietro verso la propria casa per scegliere cosa portarsi in valigia prima di partire e non riuscire a prendere il treno (o l’aereo o la nave). Una cosa è dire “Mia moglie mi aggredisce ogni giorno con critiche squalificanti appena entro in casa, e poi per lei è tutto normale”, un’altra è vedere in sogno “una lupa che vomita la placenta davanti a me e poi perde tutta la sua aggressività, e diventa mansueta…” come riferisce un mio paziente.

Gli scienziati che si occupano di sogni e di fasi di sonno non-REM e REM sostengono che il tempo medio durante il quale una persona sogna ogni notte è di circa 80-90 minuti: eppure normalmente, a meno che non ci si svegli nel cuore della notte, al più ricordiamo l’ultimo dei sogni. Dalla forma e dai contenuti riferiti, si può dedurre che quello che se ne ricorda sia più direttamente legato alle dinamiche psicologiche e ai conflitti che nella veglia il sognatore sta vivendo a ridosso del sogno (sono i cosiddettiresidui diurni). Ma non sempre tutto ciò è trasparente: infatti, attraverso il linguaggio figurativo e simbolico il sogno da un lato camuffa tali dinamiche e conflitti - e Freud insisteva soprattutto su quest’aspetto che non è difficile capire se si pensa alla ipocrisia della società vittoriana, in specie sul piano della sessualità - e da un altro lato svela, come preferisce sostenere Jung. L’atteggiamento che si ha verso i sogni, verso la genesi, le funzioni e il significato di essi cambia nel tempo, perché cambia il modo in cui concepiamo il pensiero umano, la coscienza, il processo di stratificazione nella memoria degli avvenimenti vissuti o pensati. Freud, per esempio, sosteneva che il sogno permette di accedere alla memoria latente del passato – che, a suo dire, ci appare in forma “cifrata” perché legata ai processi di rimozione di contenuti inaccettabili per le regole sociali - memoria che non è più a disposizione della coscienza. Nella esperienza quotidiana e nella pratica clinica si può riscontrare che, se è vero che i ricordi sono frequentemente trasformati e non sempre immediatamente accessibili, è egualmente vero che non tutto il passato appare soggetto al processo di simbolizzazione: ci sono casi in cui il sogno fa riemergere la memoria autentica di scene che erano diventate inconsce solo per il soggetto fino a quando il sogno non ne permette il recupero.

E’ il caso di una giovane donna che aveva chiesto un nostro sostegno psicoterapico perché incapace di tollerare la sofferenza della separazione dal suo compagno, separazione che dopo lunghe valutazioni aveva deciso lei stessa per il meglio, ma che la lasciava in uno stato di vuoto penoso della cui intensità non riusciva a comprendere la radice. Sollecitata ad amplificare in seduta queste sensazioni, ad interrogarle in un setting protetto e a continuare questo lavoro a casa prima di addormentarsi, ne sortì con un sogno in cui lei, bambina di 4 anni, si trovava non più nella sua casa, ma presso uno zio. Era nello smarrimento totale, depositata lì dai suoi genitori improvvisamente, senza spiegazioni. La sua sensazione nel sogno era che i suoi l’avessero lasciata lì per non venire più a riprenderla. Nello scenario onirico il vuoto che sentiva dentro si trasformava in panico appena provava ad uscire da quella stanza per cercare la sua casa e i suoi genitori. (La donna, nel corso degli anni, aveva sviluppato sintomi fobici che regredivano e ricomparivano ad ogni “separazione” pensata, attuata o subita da lei). Al risveglio il sogno non le ricordava niente di cui avesse memoria, al di là delle sensazioni comuni allo stato d’animo che riferiva e che l’aveva indotta a cercare un supporto terapeutico. Quando si decise a fare indagini presso lo zio in questione, venne a sapere che lei era stata portata effettivamente dai suoi genitori presso lo zio, per una grave emergenza familiare di cui non aveva mai saputo niente: al tempo aveva esattamente a 4 anni e la stanza, l’abbigliamento, gli oggetti e i personaggi che popolavano il suo sogno erano esattamente quelli visti in sogno.

   Ciò dimostra che nell’inconscio nulla è perduto totalmente: le tracce della storia dell’individuo sono sedimentate in strati che a volte vengono a galla in modo inspiegabile, a prima vista – e ciò rende ragione del senso di straniamento di cui parlavamo all’inizio - ma in un modo che segue una logica associativa che una lunga tradizione interpretativa rende possibile e utile ricostruire per ricavarne significati. I sogni ricorrenti, per esempio – a parte quelli traumatici che sembrano obbedire ad un’altra logica – possono segnalare l’importanza di una problematica che per il sognatore è essenziale risolvere. E quando tali tracce non vengono a galla in modo insistente è perché verosimilmente esse continuano a svolgere senza scossoni un lavoro di integrazione mnemonica con la funzione di creare l’identità storica della persona.

Più spesso il contenuto accumulato nella memoria si affaccia nei sogni sotto forma non immediatamente riconoscibile perché si presenta sotto le spoglie di simboli onirici: questi hanno la capacità di ricostruire eventi passati in immagini del presente attraverso la componente creativa della metafora, dell’allegoria, dell’analogia. Un’immagine simbolica, infatti, contiene in sé la capacità di evocare qualcos’altro, sicché nel sogno può accadere che grandi tematiche del passato diventino presenti proprio attraverso figure simboliche: i legami di tali tematiche con l’attualità sono testimonianza del potere trasformativo del lavoro inconscio che la nostra mente continua a fare anche a nostra insaputa. Questo potere trasformativo è legato alla capacità, che l’inconscio sollecita e ci guida a fare, di reagire in modo nuovo ad eventi già successi: certo gli eventi non cambiano, ma cambia l’autonomia psichica che possiamo guadagnarne se abbiamo la capacità di cogliere e coltivare i contatti con questa importante risorsa interiore costituita dai sogni.

Osservando le caratteristiche dei simboli onirici, colpiscono le differenze di fondo con la logica del pensiero lineare che prevale da svegli: qui le cose o sono bianche o sono nere, o sono avvenute o non sono avvenute, o sono positive o sono negative . Nel simbolo onirico ci troviamo di fronte, invece, alla coesistenza degli opposti: possiamo parlare ad una persona che sappiamo essere morta, viviamo normalmente esperienze in cui sono cancellate le dimensioni di spazio, tempo e causalità e le antinomie possono coesistere senza scandalo. La lingua in cui si articola il sogno, infatti, conserva due caratteristiche essenziali delle immagini: la sinteticità e l’ambiguità. L’immagine agisce secondo il meccanismo della condensazione e dello spostamento e questo le permette di trasformarsi appunto in simbolo. Il contenuto dell’immagine può riguardare il passato, le situazioni presenti o situazioni create dagli stessi meccanismi onirici secondo i principi a cui abbiamo appena accennato. E il simbolo può dare indicazioni a più di un livello: sicché una persona che sogna di dare vita ad un bambino può realizzare col sogno il desiderio di esperire la maternità per un figlio possibile e, nello stesso tempo può rappresentarsi la realizzazione della nascita da sé di un nuovo Sé più maturo e autorealizzato.

Possiamo accettare, allora, che questa ambivalenza del simbolo non è una diminutio, bensì un ampliamento dello spettro di significati che l’aspetto razionale del pensiero deve per sua intima necessità eliminare. Il che non vuol dire che il pensiero razionale sia limitato, considerato che è proprio il suo sviluppo che ha portato la specie umana verso traguardi di conquiste nemmeno immaginabili ai suoi albori. Quello che è limitato e limitante è pensare che esso sia l’unica forma di pensiero produttivo: per essere definitivamente convinti del contrario basti pensare a quanti - non solo artisti, ma anche scienziati - hanno potuto trovare la soluzione ai quesiti che si ponevano proprio attraverso le immagini simboliche di un sogno. In casi del genere, la forza del pensiero figurativo non ha eliminato la potenza di quello logico-lineare, ma anzi lo ha potenziato. Ed ecco perché l’esperienza del sogno, se è “regressiva” nel senso accennato prima del ri-accesso a forme arcaiche di pensiero figurativo e simbolico, è senz’altro “progressiva” per la crescita e le nuove sintesi che consente.

Antonietta D’Angicco

Psicologa – Psicoterapeuta, specializzata in Ipnosi clinica e Psicoterapia Ericksoniana, ha numerose esperienze professionali sia in ambito scolastico sia come consulente per diversi studi e società.

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