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Meditazione

Muoversi meditando e danzando: un collegamento fra Spazio, Corpo e Tempo

A cura di Joyce Dijkstra

Grazie alla sua struttura, questa forma di danza rappresenta un aiuto alla meditazione: danza e meditazione, collegandosi in un'unità, offrono alla persona una possibilità concreta di avvicinarsi al proprio sé. Al centro della danza meditativa vi è il rapporto con il movimento e l'esperienza del proprio corpo, cui si aggiunge una comunicazione speciale con gli altri danzatori.

E' un esperienza che dà la possibilità di pregare senza parola e, al contempo, di trovare il proprio "centro". Mi sento molto vicina alle tre definizioni del concetto di meditazione, derivate dalle radici ebraica, greca e latrina. Ebraico: Hagah (una preghiera mormorata e letta a mezza voce; in India troviamo un sinonimo di questo termine nel manta e nella Russia Cristiana nella preghiera del cuore); Greco: meletan (curare e portare amorevolmente nel cuore); Latino: meditari (inizialmente il termine militare usato dai Romani per indicare gli esercizi delle reclute; nelle vecchie tradizioni dei Salmi si trovano le parole meditari ed exerceri, utilizzate anche negli esercizi spirituali, come quelli di Sant'Ignazio da Loyola).

Che cosa ha a che fare questo con le danze? Lo spiego come segue:
vedo l'hagah, da un punto di vista più ampio, come un movimento che ritorna sempre, e porta ad un'esperienza quasi senza tempo di movimento nello spazio e nella forma della danza;
meletan è l'attenzione consapevole che ho per la danza e per le persone che danzano con me:
meditari, infine, è l'esercizio spirituale, l'esercizio silenzioso nel movimento, nell'equilibrio e nella sintonia con il mio corpo.

Gli spazi in cui ci muoviamo sono determinati dalla tridimensionalità: sopra-sotto (cielo, terra) , destra-sinistra e davanti-dietro via, direzione, passato, futuro). Tutta la creazione si muove in queste dimensioni. Inoltre ogni spazio - anche il corpo umano- ha un proprio punto centrale, un proprio centro.
Le stesse dimensioni si ripresentano nello spazio in cui si muove il gruppo delle danze meditative, che ha un influsso essenziale sulla danza. Lo spazio è formato dai passi dei danzatori, che formano simboli come cerchio, croce, labirinto o spirale.
Secondo Erich Neumann, scienziato e medico, nella danza le figure archetipiche che sono alla base del rituale vengono realizzate dal corpo stesso senza alcuna coscienza riflessa.

L'individuo danzante e il gruppo danzante, attraverso il percorso di archetipi da loro creato, formano un'unità fra interiorità e esteriorità che realizza a livello simbolico la realtà archetipica del rituale. Spazio e tempo sono collegati e non possiamo separarli. Il cielo è spazio nel tempo, e il flusso del movimento è l'esperienza di tempo e spazio. Nella danza meditativa sperimentiamo spazio e tempo nel "qui ed ora". Il presente è sempre nuovo, con ogni passo che genera nuove forme, Danziamo nel tempo e con il tempo. Spazio e tempo vengono vissuti soggettivamente. Il tipo di esperienza vissuta dipende dalla capacità percettiva di ognuno, dalla sua sensibilità e dall'impegno personale. La danza meditativa può essere vista come via verso la consapevolezza. Fa differenza, se mi giro intorno al mio io, o se mi rivolgo verso un centro che è sopra di me. Per non perdermi nel fuori di me, ho bisogno di una centratura interiore.

Entrambi questi livelli quindi sono importanti: il centro esteriore, simbolo che comprende il "tutto", e quello interiore. La danza meditativa è un percorso in cui le forme prestabilite della danza possono aiutarci a trovare il raccoglimento interiore e a non farci catturare dalle nostre mille distrazioni. In tante culture troviamo esperienze analoghe, in cui si ripetono movimenti, posizioni o mantra per entrare in un altro stato di consapevolezza. Questo è il senso del ripetere: avvicinarsi al nascosto ed essere toccati negli attimi straordinari. Possiamo essere toccati dalla musica, dalla direzione della danza, dai passi o dai simboli. Di qualunque cosa si tratti, viene dal nostro subconscio per essere compresa e accolta dalla nostra coscienza. La danza meditativa non serve solo a darci gioia e piacere nel danzare, ma è una via d'individuazione. Come è affermato nell'Upanisad: "Quando inizia la danza, esiste solo la danza e non più il danzatore o la danzatrice".
Mentre danziamo, ci scontriamo continuamente con la volubilità della nostra mente,. Quando ci succede si seguire i nostri pensieri, il fatto di inciampare, per esempio, ci richiama e ci fa notare che con la nostra attenzione non eravamo completamente immersi nella danza. Ci vuole molto attenzione per immedesimarsi con i passi e le forme nello spazio; in questo modo non si corre il rischio di perdersi o di allontanarsi. Anche la danza meditativa, come tutte le forme di meditazione, può apparirci severa perché ci indica senza pietà quando non siamo concentrati in quello che stiamo facendo. Tutte le vie hanno lo stesso scopo; collegare l'interno con l'esterno in un tutt'uno. I passi che formano l'esercizio devono essere brevi e ripetibili, per far sì che questa possa diventare un'esperienza spirituale. Diversamente, si correrebbe il rischio di "chiedere" troppo allo "spirito" e si finirebbe con il richiamare l'intelletto.

Joyce Dijkstra

Naturopata (iscritta all'albo olandese dei naturopati) e danzapedagogista, ha studiato in Olanda e Germania e ora vive in Italia. Dal 1990 si occupa a tempo pieno delle danze meditative (Sacred dance), dopo aver seguito un'intensa formazione prima con Gabriele Wosien e con Anastasia Geng (per le danze dei fiori di Bach) e successivamente frequentando i corsi di Nanni Kloke in "Natural Dance e gestualità" e, in collaborazione con la dottoressa Hannelore Eibach, su "Danza, immaginazione, visualizzazione".

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